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21 dicembre 2016

Lavoro futuro presente - Industria 4.0 e conoscenza: oltre i macchinari c'è la sfida dei «competence center» (e di come gestirli)

Francesco Seghezzi
Adapt Research Fellow - Direttore ADAPT University Press

Il piano Industria 4.0, lanciato da Matteo Renzi e Carlo Calenda a settembre, ha introdotto a pieno titolo nel nostro paese, non senza un grave ritardo, il dibattito sull'Industry 4.0. Da tempo si era in attesa di conoscere la posizione dell'esecutivo e le iniziative proposte perFrancesco Seghezzi governare ed accompagnare una delle più importanti transizioni della storia dell'impresa moderna e a distanza di qualche mese si possono individuare alcuni aspetti interessanti. Di questa analisi si è fatto carico un Libro Verde recentemente pubblicato da ADAPT e Fim Cisl dal titolo "Industria 4.0. Ruolo e funzione dei competence center", che ha lo scopo di aprire un dibattito su uno dei due capitoli del piano Industria 4.0, quello sulla formazione delle competenze. Dibattito che porterà i promotori ad incontrare nel corso dei prossimi mesi imprese, università, centri di ricerca e scuole per costruire insieme linee guida che confluiranno in un Libro bianco che verrà presentato al governo il prossimo settembre.

Non solo tecnologia
Il primo aspetto da sottolineare è relativo all'impostazione generale del piano. Essa infatti sconta una visione incentrata soprattutto sugli aspetti più tecnologici legati al nuovo paradigma produttivo di Industry 4.0 e per questo molta attenzione è dedicata agli investimenti in nuovi macchinari innovativi e in software che ad essi si accompagnano, in una logica di manifattura che sembra propri di un modello del passato. Infatti, sia gli studi più recenti che l'osservazione dei fenomeni ci consegnano oggi un sistema industriale nel quale il confine tra manifattura e servizi è sempre più sottile, tanto che spesso è difficile identificare il settore specifico al quale una singola impresa afferisce.

Industry 4.0 non farà che accelerare tale commistione, grazie soprattutto all'Internet of things che consente di creare prodotti smart ai quali si possono affiancare sempre più servizi personalizzati. Così facendo si potrà rivoluzionare tutta la supply chain, introducendo a pieno titolo il consumatore in essa, insieme a tutta la rete dei fornitori pienamente integrati mediante la rete. Tutto questo può essere gestito al meglio solo all'interno di imprese che innovino i loro modelli di business evolvendosi verso sistemi aperti ad integrazione orizzontale, botton up e non più top down, che dialoghino costantemente e in tempo reale con tutti gli attori in grado a concorrere alla creazione di valore. In questo senso si può cogliere che vi è una dimensione più ampia del problema, che va oltre i meri aspetti tecnologici che sono sì abilitanti, ma parziali.

Competenze e hub della conoscenza
Quello descritto è quindi un ambiente caratterizzato da notevole complessità unita a sistemi produttivi che, personalizzando sempre di più i prodotti e i servizi in virtù del ruolo centrale del consumatore, spesso presentano elementi di imprevedibilità e non linearità. Per questo motivo, e considerando l'altro livello delle tecnologie impiegate, è fondamentale rivolgere l'attenzione alle competenze e agli strumenti per costruirle. Acquista così particolare importanza il capitolo del piano Industria 4.0 dedicato ai competence center, che richiede ancora da parte del governo una elaborazione ed una spiegazione dettagliata del funzionamento. Nel Libro Verde questi sono intesi come dei veri e propri hub della conoscenza, costruiti non su base territoriale ma sulla base della specializzazione tematica e coinvolgendo tutti gli attori che possono aiutare, come università, centri di ricerca, istituzioni locali, agenzie per il lavoro, sindacati eccetera.
Si pensa infatti che oggi le competenze e il valore non si costruiscano soltanto in modo lineare e formale, ma grazie all'esperienza di lavoro stessa e grazie agli stimoli che essa genera. Per questo motivo non è possibile immaginare le università come centri autonomi nei quali i competence center si organizzano fornendo poi alle imprese servizi e persone, poiché mancherebbe l'incontro tra tutti gli attori, oggi più che mai necessario.

Governance e territorio
Sviluppare competence center su base non territoriale non significa che essi non avrebbero sedi fisiche in luoghi specifici. Significa al contrario che tali sedi saranno presenti, sebbene sia preferibile ridurre al minimo le strutture fisiche potenziando quelle virtuali e in rete tra loro, ma saranno collegate a chiunque, su tutto il territorio nazionale, abbia interesse ad usufruire del supporto in una specializzazione particolare. Questo significa superare la territorialità in senso stretto in un contesto tecnologico in cui la connettività rende possibile global value chain, il cui modello può essere utilizzato anche nei contesti nazionali a patto che esistano infrastrutture, materiali e immateriali, in grado di supportare la rete tra attori.
A livello territoriale, laddove viene individuato il centro dell'hub è importante che la governance sia gestita in modo autonomo e libero da veto players locali. Una modalità potrebbe essere quella di introdurre figure simili ai prefetti novecenteschi, con il compito di fare da raccordo, mantenendo autonomia, con lo stato centrale per favorire il funzionamento corretto dell'hub stesso, nel pieno rispetto delle autonomie di università, imprese ed altri soggetti.
La sfida dei competence center non è quindi solo un capitolo marginale di un piano che ha il suo focus su altro, ma è un pilastro portante di quella che può, con l'aiuto di tutti, diventare una scelta strategica e a lungo termine per il nostro paese. Gestirla con strumenti e logiche vecchie sarebbe il miglior modo per affossarla sul nascere.

francesco.seghezzi@adapt.it
@francescoseghez

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