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13 maggio 2016

Lavoro futuro presente - Dietro la svolta di Uber: sì a rappresentanza e benefit agli autisti Usa, ma come «independent contractors»

Emanuele Dagnino - ricercatore Adapt

La on-demand/sharing economy si conferma fenomeno in costante evoluzione.
Uber, la compagnia più famosa e discussa, ha recentemente concluso un accordo con la International Association of Machinists and Aerospace Workers per la creazione di un'associazione che rappresenti gli autisti attivi nella città di New York: la Independent Drivers Guild. Non si tratta di un sindacato: in quanto lavoratori autonomi rispetto alla sindacalizzazione dei driver esistono le preclusioni dettate dalla disciplina antitrust. L'associazione avrà, quindi, funzioni di rappresentanza ed assistenza, ma al di fuori delle prerogative e dei diritti di un tradizionale sindacato.
La compagnia ha, inoltre, dato notizia di un'altra intesa, raggiunta con la Freelancers Union, la quale fornirà consulenza ad Uber per quanto riguarda la fornitura di alcuni benefit flessibili ai lavoratori indipendenti della on-demand economy.


Le class action

Tutto ciò avviene mentre ancora si attende l'esito rispetto all'approvazione giudizialeEmanuele Dagnino, ricercatore Adapt dell'accordo con il quale l'azienda ha concluso due class action intentate nei suoi confronti in California e Massachussetts al fine di ottenere la riclassificazione dei rapporti di lavoro – come lavoratori autonomi i driver fuoriescono dalla copertura del diritto del lavoro ben al di là delle sole prerogative sindacali – e mentre ancora fioriscono in tutti gli Stati Uniti, con alterne vicende, le cause contro il modello di business adottato dalla piattaforma.
I cambiamenti adottati nell'ambito del settlement delle cause in California e Massachussetts, riguardanti, tra le altre cose, le politiche di disattivazione e la formazione di associazioni di rappresentanza dei driver, l'accordo raggiunto per la creazione di una associazione di rappresentanza degli autisti di New York – che fornirà anche protezione nell'ambito di "udienze" relative alla disattivazione degli account – così come altre piccole modificazioni avvenute in altre città dove la piattaforma opera (a Seattle è stato introdotto un "appeal process" per le disattivazioni) e da ultimo la partnership con la Freelancers Union, rappresentano sicuramente importanti fattori di miglioramento delle condizioni dei lavoratori della piattaforma.


La strategia dietro l'accordo

Questi miglioramenti possono essere letti a margine di un'operazione di parziale autocritica rispetto a politiche di funzionamento che avevano destato numerose proteste nei confronti della Travis Kalanick, Ceo di Ubercompagnia: tanto Travis Kalanick, ceo di Uber, a seguito del settlement, quanto David Plouffe, chief advisor e membro del board, nel commentare l'accordo di New York, hanno ammesso che l'azienda doveva migliorare le sue pratiche sotto alcuni profili ed espresso il proprio impegno in questa direzione.
Ma questi cambiamenti devono essere letti anche all'interno di una strategia. Nel commentare gli accordi per la soluzione delle controversie del mese scorso, avevamo parlato di strategia del settlement, come prassi dilatoria diretta a mantenere l'agibilità del modello di business proposto, mentre si provvedeva con attività di lobbying e parziali aggiustamenti dello stesso alla costruzione di uno spazio di operatività al di fuori delle tutele e dei vincoli tipici della disciplina lavoristica.
Al di là dell'importanza di questi miglioramenti, che si ritiene possano potenzialmente portare benefici anche per altri lavoratori impegnati nell'on-demand economy – il discorso sulle modalità di riconoscimento e distribuzione di benefits, ad esempio, è già nel vivo) – nella prospettiva di questa strategia, queste condizioni potrebbero essere analizzate come un minus rispetto a quanto potrebbe essere riconosciuto ai lavoratori se classificati come subordinati.
Tornando all'accordo con il sindacato di New York, che si pone in continuità con quanto già proposto a riguardo nell'ambito del settlement, come si è detto, la costituzione di una associazione degli autisti non configura la sindacalizzazione degli stessi, dal momento che tale opzione è preclusa dalla natura autonoma del rapporto di lavoro. Le conseguenze sulle possibilità di azione di tale associazione sono molteplici, a cominciare dal fatto che essa non gode di alcun diritto o potere rispetto alla conclusione di contratti collettivi. Si tratta, quindi, di qualcosa di diverso rispetto all'ordinanza della citta di Seattle del dicembre scorso, che aveva riconosciuto per gruppi di autisti la possibilità di contrattare con l'azienda, e contro la quale oltre a Uber si è sollevata anche la US Chamber of Commerce.
E che l'accordo, secondo le notizie diffuse dalla stampa, arrivi con l'impegno da parte dell'associazione di non attivarsi per la sindacalizzazione dei lavoratori o per richiedere il riconoscimento dello status di lavoratori subordinati, sembra confermare questa considerazione. L'associazione potrà attivarsi per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori come dipendenti, solo a seguito di riclassificazione avvenuta in ragione di azioni estranee al suo operato.
Come è stato giustamente osservato dal professor Hirsch: "questo accordo non rappresenta una concessione da parte di Uber rispetto alla natura di lavoratori subordinati dei suoi autisti; al contrario, è un modo per dare una voce collettiva agli stessi senza fare una tale concessione".
Così facendo, dunque, sembra che Uber cerchi di creare le condizioni per il riconoscimento e l'approvazione del proprio modello di business, cercando di spostare la discussione dal piano giudiziale, ove i rischi di conclusione avversa sono alti, a quello istituzionale e di policy making.


Verso un modello di "on demand economy" socialmente sostenibile?

Di fronte a questa prospettiva occorre chiedersi se tale strategia avrà successo e soprattutto se le modificazioni saranno tali da rendere socialmente sostenibile il modello economico della piattaforma e, più in generale, della on-demand economy o configureranno, invece, la via per produrre un arretramento rispetto alle tradizionali protezioni dei lavoratori. Rispondere a questi quesiti è al momento davvero arduo, trattandosi di un fenomeno in piena evoluzione: si tratta di alcune prime timide aperture verso la protezione dei lavoratori che andranno valutate, soprattutto con riferimento ai benefits, nel momento di piena implementazione e, comunque, in una prospettiva globale.
In termini generali, però, si ritiene che, nonostante l'impegno della piattaforma, le modificazioni che l'economia on-demand sta producendo, soprattutto nel mondo del lavoro, richiedano comunque un intervento di sistema e che non si possa lasciare del tutto in mano alla autoregolamentazione la conformazione di un fenomeno socio-economico così rivoluzionario.


@EmanueleDagnino

@Adaptland

http://www.adapt.it/

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