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16 dicembre 2015

Indagine Sda Bocconi -Nell'Italia delle startup vincono la diversità e i super innovatori . E gli «investitori pazienti» che sanno attendere i risultati

Rosanna Santonocito.


Sono 4.704, schierano circa 17 mila soci, impiegano poco meno di cinquemila persone. Nel 45% dei casi nel team imprenditoriale si trova almeno una donna, nel 40% c'è almeno un giovane con meno di 35 anni e nel 12% c'è almeno uno straniero. Eccolo qua il ritratto delle startup innovative italiane come lo ha tracciato uno studio di Sda Bocconi, realizzato dalla Divisione ricerche Claudio Dematté in collaborazione con Bayer e Caleido Group e intitolato "Make it or Break it - Startup innovative e crescita sostenibile".
L'elaborazione, effettuata sui dati di InfoCamere, ha lo scopo di analizzare le caratteristiche e la performance delle piccole imprese che puntano sull'innovazione, indagandone lo stato di salute economica e finanziaria a pochi anni dalla loro nascita. Performance che sono, in media, caratterizzate dal segno meno alla voce alla redditività ma che appaino in miglioramento negli anni. Il che evidenzia anche un potenziale di crescita non ancora espresso dal mondo variegato delle nuove imprese tecnologiche o creative. Quelle che nascono seguendo il modello attrattivo degli "Unicorn", le startup di Silicon Valley e dintorni capaci di raggiungere in un manciata di anni un valore superiore al miliardo di dollari. Ma che, in Italia, si alimentano di una materia imprenditoriale molto meno mitica, fatta dalla propensione dei giovani al rischio e al nuovo, alla flessibilità del tempo e all'autonomia, in presenza di minori certezze rispetto alle generazioni precedenti e alle opportunità offerte dalla pervasività delle tecnologie.
La dinamica dei "ritorni lenti" , si legge nell'indagine, è presente proprio nelle startup maggiormente orientate all'innovazione, per le quali il raggiungimento del risultato richiede tempi e investimenti in ricerca e sviluppo più lunghi rispetto alle compagini più tradizionali. Realtà subito "virtuose" che raggiungono presto fatturati più alti ed evidenziano una redditività del capitale investito sempre positiva, ma che è destinata a rallentare dopo.

La definizione di startup innovativa dello studio bocconiano comprende quelle realtà «di piccola dimensione con produzioni innovative e ad alto valore aggiunto che stimolino l'impiego e contribuiscano alla ripresa economica tramite l'attivazione di percorsi di crescita virtuosa e sostenibile». In favore delle quali, negli ultimi anni, è stata prevista, anche per iniziativa governativa, un'ampia gamma di misure di sostegno», dagli incentivi fiscali alla normativa sul crowdfunding. Tanto è vero che il numero di nuove startup innovative risulta in forte crescita a partire dal 2012.
Delle 4.704 imprese censite i ricercatori della Sda Bocconi hanno analizzato un campione di 2.865 aziende (pari al 61%). Si tratta di imprese nate all'insegna della diversity in tema di età, di genere e di provenienza dei loro fondatori. Nel 24% dei casi, infatti, il team è composto per la maggior parte di giovani, nel 13% è a prevalenza femminile e nel 44,6% comprende almeno una donna; nel 12,4% è presente almeno uno straniero. La compagine imprenditorale, inoltre, vede spesso la presenza di soggetti che provengono dal mondo scientifico-accademico.

Le startup innnovative appaiono molto concentrate territorialmente: il 23% ha sede in Lombardia, il 12% in Emilia-Romagna eil dieci nel Lazio. Milano e Roma figurano in testa tra le province (14,7% e 8,5%, rispettivamente), un dato che fa dire ai ricercatori che è necessario creare condizioni per lo sviluppo di startup anchein altre aree del Paese.

Ma la concentrazione si ripropone anche nei settori di attività. Il 42% delle startup del campione opera nell'informatica e Internet e il 20% nei settori delle cosiddette lifesciences: agroalimentare, chimica, farmaceutica, ambiente. In prospettiva, si tratta di una vocazione opportuna: queste imprese rispondono a una crescente domanda di mercato che deriva dall'invecchiamento della popolazione in tutto il mondo occidentale. Le imprese del settore informativa e Internet sono invece le più rappresentate nella fascia delle startup con la redditività maggiore. Anche in questo caso, commenta la divisione ricerche Claudio Dematté della Sda, il bacino dei nuovi utenti potenziali per i prodotti e i servizi proposti dalle startup é in crescita continua, sia tra i Millennials che nei Paesi in via di sviluppo

E' scarsissima, per contro, la presenza di startup nell' ambito del turismo e del tempo libero - nel campione della ricerca ce n'è solo una - quando la nascita di operatori innovativi in questi settori potrebbe rappresentare, invece, una opportunità di business reale e ancora inesplorata, con effetti diretti e indiretti su tutto il sistema Paese.
Maurizio Dallocchio, ordinario di finanza in Bocconi e coordinatore della ricercaRiguardo ai risultati economici, le startup innovative del campione considerato qui appaiono come società di ridotta dimensione ma in crescita continua. «Si tratta - spiega Maurizio Dallocchio, ordinario di finanza in Bocconi e coordinatore della ricerca - di imprese che, in media, negli anni successivi alla costituzione (l'orizzonte temporale valutato è di quattro anni) incrementano il livello dei propri ricavi, sono attive sul mercato e vedono crescere le proprie vendite, tuttavia non riescono a trasformare questi risultati in una redditività operativa positiva».
Le imprese analizzate vedono, in media ma con un ampio fattore di dispersione nel gruppo totale, crescere i propri ricavi in modo significativo nei conque anni considerati. Si passa infatti dalle poche migliaia di euro del primo anno di operatività ai quasi 250 mila euro annui al quarto. Contemporaneamente, però, i principali indici di redditività mantengono con il segno negativo e, sempre in media, nel breve-medio periodo appaiono in costante necessità di nuove risorse, sia dal punto di vista del capitale di debito che da quello dell'equity.
Il fatto che dietro i risultati negativi ci sia anche quel "potenziale ancora inespresso" di cui parla Maurizio Dallocchio emerge scorporando i dati medi che si ottengono dividendo tra imprese in utile e imprese in perdita. Si scopre così che queste ultime hanno un patrimonio netto che al quarto anno è tre volte quello delle imprese in utile (300 mila contro 100 mila euro in media) e indebitamenti bancari a breve e lungo periodo di 2-2,5 volte. Mentre le imprese in utile sembrano avere una crescita più bilanciata tra debito ed equity e indicatori di redditività positivi e stabili già poco dopo il momento di costituzione.
Per le imprese in perdita la struttura finanziaria va considerata comunque entro valori fisiologici, come mostra l'evoluzione del rapporto tra debito ed equity, che nei quattro anni si mantiene in un range di valori compreso fra 1 e 2. Ma, e soprattutto, le imprese in perdita mostrano un valore degli asset immateriali decisamente maggiore rispetto a quelle "virtuose": a cinque e sei anni dalla nascita tale valore è rispettivamente tre e 1,7 volte quello delle altre società.

«Lo sviluppo di queste aziende - conclude Dallocchio - risiede nelle competenze e negli investimenti, ma anche nella capacità di intraprendere un percorso di crescita bilanciato. Il ruolo degli incubatori è fondamentale in questo senso». Vince insomma e fa vincere il sistema Paese il profilo del giovane imprenditore che è capace di "attendere". E, sul versante dei finanziatori, quello dell'"investitore paziente", come lo chiama Maurizio Dall'Occhio, consapevole del rischio ma disposto a investire di più in aziende magari meno tradizionali e dal facile appeal "mediatico" e capace di attendere.
Tabelle »

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