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21 novembre 2012

Tecnologia e flessibilità «amica» - Solo il 5% dei lavoratori italiani è uno «Smart worker»: ma per ripensare il lavoro bisogna battere le resistenze organizzative

Nonostante le tecnologie digitali siano sempre più diffuse e consentano di poter svolgere non tutte, ma parecchie (almeno) delle proprie attività professionali a distanza, soltanto il 5% dei lavoratori italiani ha uno stile di lavoro da "Smart worker".
La definizione é frutto degli studi dell' Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, che si concretizzano in una ricerca realizzata in collaborazione con la Doxa e presentata questa mattina durante il convegno «Smart Working: ripensare il lavoro, liberare energia».
Rientrano nella categoria dei lavoratori "smart" coloro che godono di un certo grado di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi di lavoro (Distant o Mobile worker), degli orari di lavoro (Flexible worker) e degli strumenti da utilizzare (Adaptive worker, cioé chi lavora con apparecchi tecnologici propri oppure aziendali, ma scelti personalmente).
Non solo: secondo gli estensori della ricerca, l'adozione di modelli di Smart Working potrebbe portare benefici per il Sistema Paese quantificabili in termini economici. Si parla di produttività media per lavoratore (che aumenterebbe del 25% per lavoratore a livello di singola azienda) e di costo del lavoro (che diminuirebbe di 1,7 miliardi di euro a livello Paese). A cui vanno aggiunti, considerando oltre al Pil anche il Bil (Benessere interno lordo ), anche i vantaggi per la qualità della vita lavorativa e personale (riduzione dello stress, possibilità di autogestirsi, riduzione degli spostamenti quotidiani); nonchè quelli per l'ambiente, grazie alla conseguente riduzione di emissioni di CO2.
Se infatti il 10% dei lavoratori che oggi si spostano in macchina - la Doxa ha stimato in 9 milioni gli occupati che utilizzano i mezzi di trasporto per raggiungere il luogo di

lavoro e per il 75,5% di questi il mezzo é l'auto propria - adottasse il telelavoro per 100 giorni l'anno si otterrebbe un risparmio complessivo di tempo di 47 milioni di ore, di denaro pari a 407 milioni di euro e di emissioni di anidride carbonica pari a 307 mila tonnellate.

Secondo l'Osservatorio del Politecnico di Milano, otto lavoratori su 10 utilizzano uno strumento tecnologico per oltre il 50% del proprio tempo lavorativo. Il 68% fa uso di personal computer fissi per la maggior parte del tempo, il 17% di computer portatili, mentre il 4% usa dispositivi mobile (in particolare cellulari e smartphone) come strumento di lavoro prevalente.

Riguardo alla flessibilità degli spazi di lavoro, solo il 26% del campione lavora fuori

dall'ufficio o in mobilità per almeno metà del suo tempo lavorativo, e può quindi essere considerato un "Distant o Mobile Worker". Nel dettaglio, il 17% dei

lavoratori opera da casa; il 53% in mobilità all'esterno della propria sede, presso i clienti e durante gli spostamenti; il 77% lavora in mobilità all'interno della sede di lavoro. Essere mobili rende e dà soddisfazione: il 69% dei lavoratori afferma di essere più flessibile nel lavoro, il 52% di essere più efficiente, il 54% più efficace e il 48% più soddisfatto e motivato.

L'autonomia nel personalizzare l'orario (inizio e termine dell'attività lavorativa e durata complessiva) in modo flessibile in base alle proprie esigenze viene concessa solo in particolari circostanze nel 58% dei casi e nel 25% é la modalità di lavoro prevalente. Chi rientra in questa fascia minoritaria dei "Flexible worker" evidenzia benefici significativi per sè e per l'organizzazione a cui fa riferimento: flessibilità nel lavoro (68%), soddisfazione e motivazione (48%), efficienza e produttività (51%), efficacia e qualità del lavoro svolto (46%).
Venendo all'ultimo gruppo, gli "Adaptive worker", il 37% del campione utilizza o i propri device personali (17%) o strumenti aziendali scelti personalmente (20%). Questa figura di lavoratore dichiara un alto grado di efficienza percepita (62%), di efficacia (56%), di flessibilità (40%) ma anche un buon livello di soddisfazione e motivazione (39%).

Perchè allora, se le tecnologie sono a portata di azienda, rendendo i traguardi prospettati dallo "smart working" potenzialmente a portata di mano, questa strada non é ancora stata imboccata nel nostro Paese? O perlomeno, perchè le esperienze aziendali che pure ci sono -

Gruppo Amadori e Gruppo Sace, Heineken Italia e Vodafone sono stati premiati oggi con gli Smart Working Awards per i progetti realizzati - non riescono a fare sistema? La risposta dell'Osservatorio é netta e senza appello: sono gli ostacoli organizzativi e soprattutto la cultura attuale del management a fare da freno allo sviluppo dei nuovi modelli di lavoro. Che tanto nuovi poi non sono: di telelavoro e "lavoro a distanza" si parla dagli anni Novanta. Come pure di flessibilità organizzativa, quella che riguarda i tempi e gli orari.

«I lavoratori – commenta Alessandro Piva, responsabile della ricerca dell'Osservatorio Smart

Working – evidenziano che i vincoli legati

alle modalità di lavoro attuali non permettono spesso di soddisfare esigenze per loro prioritarie

come l'equilibrio fra lavoro e vita privata, l'autonomia professionale e la possibilità di

collaborare. Condizioni che, oltre a essere ritenute fondamentali per il raggiungimento di buone

prestazioni professionali, costituiscono fattori motivanti, di importanza paragonabile alla

retribuzione e alla possibilità di carriera».

La cura proposta dall'Osservatorio prevede la riprogettazione congiunta delle leve

tecnologiche e di quelle organizzative e gestionali. Tre gli ambiti da

riconsiderare per le aziende. Si comincia con la configurazione fisica degli spazi di lavoro:

uffici più grandi e flessibili nella disposizione delle postazioni di lavoro anche condivise,

creazione di aree di relax per favorire l'incontro e la collaborazione e di

spazi di relazione sociale. Poi le indicazioni prevedono l'impiego delle tecnologie digitali per ripensare lo spazio virtuale di lavoro: social network, sistemi di conferencing, instant messaging, Voice over IP, condivisione e co-editing di documenti, "mobile workspace" con applicazioni per l'accesso a contenuti e strumenti in mobilità (palmari, tablet, smartphone, new tablet), cloud computing.

Infine, bisogna lavorare sul versante degli stili di lavoro e delle politiche organizzative.
E' qui che la cultura aziendale rivela la sua arretratezza e le sue paure, quelle che si traducono in ostacoli al cambiamento. Lo ammettono gli stessi direttori Hr: se oggi la flessibilità "amica" ,quella dei tempi e degli orari é poco praticata dalle aziende, i motivi sono la difficoltà di coordinamento e collaborazione tra i dipendenti (56%), il timore di perdita di

controllo (50%) da parte dei capi e, sul versante dei lavoratori, la paura dell'isolamento e della marginalizzazione (47%).

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21 novembre 2012