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Valter Maggi, professore all'Università Bicocca di MIlano, è uno dei principali esperti di ghiacciai in Italia1 agosto 2012

Valter Maggi, professore all'Università Bicocca di MIlano: una cattedra a - 30 gradi

Andrea Curiat

Valter Maggi, milanese, ha 50 anni ed è un docente presso l'Università Bicocca di Milano. Ma non lavora sempre chiuso tra quattro mura, dietro a una cattedra o chino su una scrivania ingombra di carte. Appena ne ha l'occasione, è pronto a prendere un aereo diretto verso destinazioni remote e inospitali, come l'Antartide o la Groenlandia. No, non stiamo parlando di un Indiana Jones nostrano in cerca di qualche civiltà perduta. Maggi non è un archeologo, sebbene il suo campo di attività abbia pure a che fare con lo studio di tempi remoti. Un indizio: a volte si accontenta di raggiungere mete più vicine e "accessibili", come le più alte cime delle alpi.

Maggi è uno dei principali esperti di ghiacciai in Italia. Segue diversi progetti dell'Unità di ricerca di Milano Bicocca legati allo studio e la modellizzazione dei ghiacciai alpini di alta quota, è referente per l'Italia del progetto UE "European project for ice core in Antarctica - marine ice core synchronization (Epica-Mis)". Nel marzo del 2008 è stato insignito, insieme ai rappresentanti di altri 9 paesi, del premio "Descartes for collaborative research" dell'Unione Europea e nel 2010 ha ottenuto, con i componenti del progetto Taldice (Talos dome ice core project)il premio "Biodiversità 2010" del ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare .

Perché è importante studiare i ghiacciai?

Innanzitutto i ghiacciai sono grandi riserve d'acqua più pura rispetto a quella presente nei fiumi, e che può essere utilizzata e resa potabile più facilmente rispetto all'acqua marina. I ghiacciai, inoltre, si formano nel corso dei secoli attraverso le precipitazioni nevose, quindi includono e conservano indicatori utili per comprendere la composizione chimica dell'atmosfera terrestre nel passato. Studiandoli, è possibile anche fornire informazioni utili a chi vuole tracciare previsioni per il futuro. Infine, i ghiacciai rappresentano dei veri e propri "termometri" del clima, perché rispondono immediatamente ai cambiamenti climatici che interessano il globo.

Quali sono i soggetti coinvolti nelle attività di ricerca in Italia?

In Italia lo studio dei ghiacciai è effettuato prevalentemente nell'ambito della ricerca universitaria. C'è poco interesse da parte del mondo privato, se non per qualche rara eccezione che riguarda le società attive nella vendita di acqua in bottiglia. In questi casi, però, le aziende cercano più che altro di collegare in modo indiretto l'immagine del ghiaccio d'alta quota alla purezza del loro prodotto. Gli enti pubblici come i comuni e le provincie, invece, sono spesso attenti ai ghiacciai che si trovano sui rispettivi territori, sia per ragioni turistiche, sia perché appunto rappresentano fonti importanti di acqua potabile.

Qual è stata la scoperta più importante del suo team?

Durante una perforazione in Antartide, siamo riusciti a raccogliere dei campioni che raccontano 800mila anni di storia del nostro clima. È un primato imbattuto, un record che ci è stato riconosciuto anche dall'Unione Europea e di cui andiamo fieri. Al momento non ci sono altre serie climatiche di ghiaccio che risalgano ad epoche più antiche.

Il lavoro sul campo si svolge spesso in condizioni estreme?

Effettivamente la maggior parte delle nostre attività si svolge all'esterno, sul campo, a temperature estremamente basse che vanno da -30 a -50 gradi centigradi, a seconda della stagione e del luogo di ricerca. Certo, c'è la fase di ricerca in laboratorio, ma per chi lavora sui ghiacciai questa è residuale rispetto all'attività concreta di raccolta dei campioni. Tagliamo il ghiaccio, sezioniamo i materiali, facciamo i meccanici… è un'attività molto pratica.

Insomma, un mondo lontano da quello della ricerca in laboratorio: gli aspiranti "glaciologi" farebbero bene ad allenarsi?

Più che preparazione fisica, direi che servono tempra e adattabilità. Il lavoro è faticoso, ma non richiede allenamento. A volte si lavora a 5-6mila metri di quota, e sempre a temperature molto basse; è chiaro che bisogna saper resistere a lungo in condizioni difficili. Si tratta però di qualità personali, che variano da persona a persona. E poi bisogna essere pronti a restare in spedizione per lunghi periodi, spesso 3 o 6 mesi all'anno. Studiare i ghiacciai non è certo un lavoro adatto a chi voglia restare sempre a casa.

Almeno si ha l'occasione per visitare luoghi molto affascinanti…

Avete presente il Mal d'Africa, la nostalgia che viene ad alcuni viaggiatori che passano un po' di tempo sul suolo africano e se ne innamorano? Ecco, si può dire che esista anche il Mal d'Antartide. Facendo questo lavoro si possono vedere luoghi bellissimi, senza pari al mondo. È chiaro che si tratta di esperienze estreme per cui, alla fine, o li si ama o li si odia. Non ci sono vie di mezzo, e questa è un'altra ragione per cui bisogna davvero avere una forte passione per poter intraprendere il mestiere.

Ma ci sono in Italia possibilità di lavorare in questo campo?

Direi che tocchiamo una nota dolente. Il problema è che lo studio dei ghiacci, per l'appunto, è legato in modo indissolubile alla ricerca accademica. E, si sa, i fondi per la ricerca in Italia sono pochi. Il problema non riguarda solo i ghiacciai, insomma, ma tutta la ricerca che nel nostro Paese non è valorizzata. E così molti si trasferiscono all'estero. Anche in Europa i finanziamenti specifici destinati allo studio del ghiaccio non sono particolarmente abbondanti. Quindi i vari centri di ricerca possono collaborare e dividersi i fondi, come accade a volte, oppure competere ferocemente tra di loro per aggiudicarseli, come avviene ancora più spesso.

Bisogna quindi essere dei ricercatori realmente eccellenti per avere un'occasione di lavorare in queste équipe?

Sì, e anche molto determinati. Direi però che lo stesso vale, ormai, per quasi tutti gli ambiti della ricerca.


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