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20 ottobre 2010

Ma dove vanno gli Mba? Vladimir Nanut, presidente Asfor: «Il fabbisogno delle aziende è sotto il 27%, chi si iscrive poi lavora all'estero»

Loredana Oliva

Di quale formazione ha bisogno l'Italia? Un'analisi di Qs rivela che nel 2010 il fabbisogno di diplomati con un master in Business administration è precipitato a meno 27 %.
L'investimento in formazione manageriale delle grandi, medie e piccole aziende in Italia è sceso vertiginosamente con la crisi economica. "Oggi, iscriversi a un MBA è come giocare d'azzardo" dice Vladimir Nanut, presidente di Asfor, l'Associazione Italiana per la Formazione Manageriale e direttore Scientifico del MIB School of Management di Trieste, e rappresentante italiano dell'EFMD (European Foundation for Management Development).

Perché un gioco azzardo? Si è sempre sostenuto che in tempi di crisi bisognare investire in formazione?

Certo, ma non in un clima sociale così nero, dove non ci sono progetti, non si parla di futuro, la classe dirigente per prima non da'un buon esempio. L'Italia avrebbe anche bisogno di alta formazione manageriale come quella che si acquisisce in un Mba, ma s'iscrivono solo persone molto motivate che poi vanno a lavorare all'estero. Come si fa a dire a un giovane di 25 anni, impegnati in uno o due anni di master, spendi molti soldi, e poi chi può garantire oggi che troverà un lavoro che lo ripaghi del suo investimento? Nessuno.

Allora qual è la priorità, i bisogni formativi per l'economia del nostro Paese?
Programmi su misura per le piccole e medie imprese, meno costosi, ma più efficaci, per esempio? Non si può parlare alle piccole imprese di formazione, in questo momento. Sarebbe una provocazione. La maggioranza delle piccole e medie aziende, non sa se vivrà domani, fa i conti con i licenziamenti e con la cassa integrazione. La formazione si doveva fare prima. Non c'è stata la volontà, la cultura, gli incentivi giusti. Adesso si scontano gli effetti negativi della crisi e soprattutto della mancanza di un progetto di crescita.

Nessuna impresa in Italia, investe sull'alta formazione, sulla business education?

Lo fanno in pochi, una minoranza di aziende sane, che continuano a trovare risorse, idee, strategie per muovere il mercato, per innovare. Ripeto è una minoranza, se non si fa qualcosa saranno sempre meno.

C'è una cosa pratica da fare per rimettere in moto l'education dei futuri manager, di chi vuole avere in azienda ruoli di leadership?

Sulla formazione manageriale in Italia si paga il 20% di Iva. La stessa percentuale che pagherei se domani volessi comprarmi una Ferrari. Ma in questo caso parliamo di un investimento in formazione che, se modulata nella maniera giusta, fa bene a tutto il tessuto imprenditoriale. Non è un bene di lusso. Ecco, abbassare al 10 % l'Iva sulla formazione manageriale, degli executive, sulla formazione continua, interna, sarebbe un punto d'inizio.

Basterebbe?

No. Sarebbe utile solo se accompagnata da un progetto di crescita, da incentivi, da buone pratiche che cambino il clima sociale, con gli investimenti in sviluppo, dando spazio e risorse all'innovazione . Qui non si sa neanche in che direzione andare. E' desolante.

Il Mib è a Trieste, ai confini con la Slovenia. Lo sa che basta passare la frontiera, e si respira un'altra aria? La gente in Slovenia lavora anche duramente, lotta per il proprio futuro con la consapevolezza che potrà migliorare, c'è un maggiore ottimismo, un senso del domani.

Si sente che è un paese che si sta riprendendo, che motiva i propri giovani. Non come qui da noi.

Qui si è perduta la bussola.

Indagine Qs - Mba, «corso di studi a prova di recessione»: la domanda di diplomati cresce nel mondo, ma non in Italia

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