Giulio Casale sta girando i teatri con "La canzone di Nanda", spettacolo di Teatro Canzone ispirato alle testimonianze di Fernanda Pivano sui poeti della Beat Generation da lei tradotti e fatti conoscere in Italia. Ma prima di arrivare al Teatro Canzone, di cui è uno dei rari esponenti italiani, Giulio Casale è stato la voce degli Estra, gruppo rock che fondò nel 1991, e prima ancora giocatore di basket ad alti livelli. A trentanove anni il "giovane" Giulio Casale ha già vissuto tre vite professionali molto diverse fra loro, seppur accomunate dal coraggio di mettersi in gioco. In un campo di basket, su un palco rock o sulla scena di un teatro, c'è sempre un datore di lavoro molto severo a giudicare il suo mestiere: il pubblico.
Nome
Giulio
Cognome
Casale
Soprannome
Quando facevo il rocker mi chiamavano Estremo
Nato il
13/03/1971
Città
Treviso
Residente a
Milano
Titolo di studio
Maturità classica.
Poi sono stato studente di Filosofia Teoretica a Venezia. Ho dato tutti gli esami, ma non mi sono laureato perchè ho cominciato fare dischi col gruppo rock.
Avevi già lasciato il basket?
Sì, ho smesso a vent'anni. Avevo una carriera aperta, con i contratti in mano da professionista, ma ho scelto di cominciare da zero un'avventura artistica.
Dove giocavi?
Ero arrivato in A1, nella Benetton, però senza mai giocare nel campionato della massima serie. Ho vinto titoli da Juniores e da Cadetti nel settore giovanile. Ero stato chiamato qualche volta nella nazionale Cadetti ed ero considerato un talento, perciò la mia vita sarebbe stata quella di giocare in squadre in giro per l'Italia. Questi erano i contratti che avevo in mano nell'estate in cui dissi: guardate, comincio a fare l'artista e poi vediamo. Anche perché avevo giocato a basket tutti i giorni dai cinque anni fino ai venti, quindi col basket mi sembrava di avere concluso.
Conservatorio o autodidatta?
Autodidatta. Giocavo ancora a basket quando ho cominciato a suonare la chitarra. La musica è la mia grande passione, assieme alla letteratura e al teatro. Ma la cosa che mi emozionava di più era usare la voce e scrivere canzoni.
Hai corso un bel rischio
Sì, ma quella di scommettere è una mia caratteristica. Ho fatto il rocker per dieci anni, poi un giorno ho pubblicato un libro di poesie e si è aperto tutto un altro mondo, quello del Teatro Canzone. E di nuovo ho ricominciato da zero. E ho perso anche un sacco di pubblico che mi seguiva come rocker, che poi a teatro non si riconosceva più.
Come mai avevi scelto Filosofia Teoretica all'università?
Perché ho sempre cercato delle buone domande riguardo ad un senso piuttosto persistente di insensatezza della nostra vita, della vita in quanto esserci nel mondo occidentale. Fin da bambino sentivo che la verità è sempre celata, e dal liceo in poi miei interessi andavano dove c'era qualcuno che si metteva in discussione. Che metteva in discussione l'assetto sociale, politico, economico.
Hai fatto scuole di teatro?
No, ho fatto solamente un corso di cinque giorni per l'uso della voce quando avevo vent'anni. Era un corso che insegnava a spostarla dalla fronte alla gola, al petto, al diaframma; mi è stato molto prezioso.
Il primo lavoro
Facevo contemporaneamente l'ufficio stampa per la Benetton basket e l'allenatore dei ragazzini. Quando si sono accorti che mi pagavano, hanno deciso che non avevano bisogno di un ufficio stampa.
Il primo stipendio
Nel 1991 come ufficio stampa. Era molto buono, prendevo 1.100.000 lire. Purtroppo l'ho fatto solo per cinque mesi.
Il primo cachet da artista
Nel 1991 cominciammo a girare con la mia band. In cinque persone, ovvero noi quattro sul palco più il manager, arrivavamo a 350.000 lire. Quindi guadagnavamo 50.000 lire a testa.
Da quando ti mantieni facendo l'artista?
Dal 1996, quando ho firmato il contratto con la Warner Music.
Sulla carta di identità alla voce professione c'è scritto
Musicista
Quando da piccolo ti chiedevano "cosa vuoi fare da grande", cosa rispondevi?
Il contadino.
Ti piace la campagna?
Sì, tra la metà e la fine degli anni Novanta ho fatto anche il contadino. Abitavo in una casa di campagna a Zero Branco, un paese con questo nome assurdo in provincia di Treviso. Curavo l'orto, facevo tutto in casa: conserve, cibi biologici. L'emozione più bella era mettere le mani nella terra e raccogliere le patate, che seminano figli nell'area di un metro.
C'era qualcosa che ti riusciva particolarmente bene?
Un po' tutto. Facevo il pane, la farinata, le crepes di grano saraceno. Mi capita ancora di cucinare, specialmente per i miei figli.
Quando non sei in tournée, in quale parte della giornata preferisci scrivere o comporre?
Sono notturno. Anche perché adoro il silenzio. Mi sembra che la musica nasca proprio dal silenzio; le mie cose più belle arrivano quando la città intorno a me si quieta.
La parola "lavoro", cosa ti fa venire in mente?
Realizzazione di sé.
Sul palco pensi: "sto lavorando" o "mi sto divertendo"?
Quello che penso è: non ho domani. Deve succedere tutto questa volta qui, come se fosse l'ultima.
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