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31 marzo 2010

Giulio Casale: «Il mio percorso apparentemente sghembo mi corrisponde molto»

Fabrizio Buratto

Giulio Casale, una definizione per le emozioni del palco e per quelle del campo di basket.

Sono molto simili, nel senso che entrambe prevedono un grande allenamento, una grande preparazione preventiva e poi la necessità di superare quello che hai stabilito in allenamento con un gesto veramente creativo, artistico. Perché lo schema è prevedibile. Bisogna riuscire a sorprendersi e a spiazzarsi da sé. In più, sia nel basket che nel teatro, c'è il giudizio del pubblico. L'unica cosa che è cambiata è che prima facevo parte di una squadra e adesso sono da solo. O meglio, c'è una grande squadra con cui preparo tutto ma poi in campo ci vado da solo.

Nella costruzione di un spettacolo, quali sono le figure professionali con le quali lavori di più?

Data la forma dei miei spettacoli, con i collaboratori musicali. E quindi con i musicisti, gli arrangiatori. Poi ci sono il produttore e il regista, senza i quali lo spettacolo non esisterebbe. C'è un bellissimo confronto, c'è ricchezza quando tutti portano il proprio peso, sento ancora forte il senso della squadra. Anche perché, se tutti non hanno dato il meglio di sé, lo spettacolo in qualche modo ne risente. Siamo costretti a non sbagliare mai.

Nei tuoi spettacoli si intuisce un gran lavoro di ricerca, hai dei collaboratori?

No, non li ho ancora trovati. Mi piacerebbe essere circondato da collaboratori che sono anche amici con cui potersi confidare su tutto. Mi hanno raccontato che Jacques Brel aveva questa specie di ghost writer che lo accompagnava ovunque; io questa figura non ce l'ho.

Il tuo uso del corpo, che ricorda quello di Gaber anche per la fisicità simile, da dove deriva?

Non lo so. Quando facevo rock il corpo lo usavo ancora di più, l'ho sempre usato tantissimo ed era ancora più atletico. C'è sempre stata molta fatica nelle due ore sul palcoscenico, molto sudore, forse perché ho un passato da agonista. Più che Gaber i miei maestri sono Jacques Brel, con la sua intensità, e Luigi Tenco con il suo coraggio lirico e melodico. Ma anche Micheal Stipe dei REM; ci sono una quantità di artisti che mi hanno nutrito e Gaber lo conosco molto bene, andavo a vederlo spesso.

Come preferisci essere chiamato? Cantautore, cantattore, scrittore…

Detesto ogni etichetta, ogni categoria merceologica in generale, per cui nella difficoltà di definirmi direi che cantattore riassume un po' meglio quello che è il mio presente. Anche se in questa definizione manca la parola scrittore.

Qual è la parte del tuo lavoro che preferisci e di quale faresti a meno?

Sicuramente farei a meno di seguire le trattative, i contratti. Sono le parti più noiose in cui ho bisogno di qualcuno che mi aiuti perché non sono proprio fatto per trattare su di me. Tantomeno per vendermi, per comprarmi, per decidere quanto costo.

Non sei, come si dice con un'espressione abusata, "un manager di te stesso"?

Lo sono, ma in un senso di scelte artistiche, di campo. Questo sì, lo rivendico. Perché questo mio percorso strano, apparentemente sghembo, è qualcosa che mi corrisponde molto. Però poi ci sono aspetti tecnici, amministrativi, burocratici, in cui sono molto carente. Anche al di là del lavoro: nei rapporti con le banche, con gli affitti, con i mutui…

Una tua canzone si intitola "L'uomo col futuro di dietro", l'ultimo libro "Intanto corro". Lavorare è un modo per riuscire ad andare avanti in questo tempo incerto?

Sì, per me è proprio così. Un'ostinata ricerca di se stessi a dispetto dell'aria che tira. Perché l'aria che tira spinge a lasciar perdere, ad adattarsi alla superficie.

Sei legato ad una cultura musicale che non è quella della tua generazione: Jacques Brel, Luigi Tenco, Giorgio Gaber. Ti sei costruito un rifugio? L'attualità non ti interessa?

A me sembra che l'attualità non proponga slanci, utopie che quella generazione ha vissuto. Io avevo quattro anni e mezzo quando è stato ucciso Pasolini, e me lo ricordo. Per non parlare di Aldo Moro: ne avevo sette, e me lo ricordo molto bene. Non ho nessuna nostalgia per quel passato, ma quello che non capisco è come si faccia oggi ad accontentarsi di questa miseria. Penso che la crisi che stiamo vivendo dovrebbe produrre delle idee nuove.

Perché senti la necessità di declinare la parola in tanti ambiti? Scrittura, teatro, canzone…

E' appunto per necessità. Mi occorre di mettermi seduto e scrivere. Poi io pubblico una minima parte di quello che scrivo; scrivo sempre. Ora sto scrivendo molte canzoni nuove, quindi penso che la prossima cosa che pubblicherò sarà un disco.

Quanto talento, quanto studio e quanta costanza c'è nel tuo percorso artistico?

Non so rispondere. Mi viene in mente Ezra Pound quando diceva: mille volte ho detto al mio cuore lascia stare, ci sono poeti molto più bravi di te, ci sono parole molto più perfette di quelle che usi tu… E il cuore ogni volta gli imponeva: dammi un canto! Al di là di ogni autostima o disistima, sento che c'è la necessità di continuare la ricerca, tendendo alla semplicità. Che per me è un punto di arrivo, non di partenza.


Il curriculum atipico di…Giulio Casale : dal basket serie A al teatro


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