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"Elio", Stefano Belisari, in una foto di Orazio Truglio16 aprile 2009

«Se i dischi muoiono non è colpa di Internet: la creatività è in crisi e le case discografiche trattano gli artisti come lavatrici»

Fabrizio Buratto

Elio/Stefano, nella produzione di un disco, qual è la parte che ti diverte di più, e di quale invece faresti a meno?

Non riesco a scindere i due aspetti, nel senso che tutto ha una parte bella e una parte brutta. Per esempio, c'è una parte molto lunga in cui si controlla nel dettaglio tutto quello che è stato inciso. Occorre considerare che oggi si lavora in modo diverso, rispetto a quando abbiamo iniziato. Le fasi produttive non sono più così distinte col digitale. Almeno per come lavoriamo noi, la fase di incisione contiene giù una fase di post produzione e, viceversa, se in post produzione ci accorgiamo di qualcosa da correggere, lo reincidiamo al volo.

Quali sono le fasi più creative di questo processo?

Lavorando in questo modo si può essere creativi in tutte le fasi del processo, ed è questo che mi entusiasma ancora. Certo, la parte creativa è più forte durante la fiammata iniziale, poi quando alla fine bisogna sistemare tutto al millimetro è meno entusiasmante, però è interessante lo stesso per altri versi, anche se più noiosa.

Tu e gli altri Elii siete un gruppo di creativi. Avete un metodo per mettere insieme le idee?

Il metodo è quello di fare sempre tutto assieme, che poi è il modo di lavorare che personalmente ho sempre sostenuto, anche per una questione di principio. Perché l'Italia è talmente un paese di individualisti che mi piaceva, come sfida, far vivere una realtà dove si collabora. E quindi il nostro modus operandi è che tutti portano il loro contributo, tanto che alla fine risulta difficile risalire alle idee di ciascuno perché magari uno è arrivato con un'idea che poi è stata modificata cento volte dagli interventi degli altri.

Siete insieme da tanti anni. Vi capita di litigare?

Certo, discussioni continue, ma andiamo avanti bene. Credo perché la maggior parte degli obiettivi sono sempre gli stessi dei primi anni.

Con la vostra società Hukapan realizzate e producete sia i dischi che i concerti. Vi siete dati dei ruoli?

No, tutti fanno un po' tutto, limitatamente alla parte artistica. Abbiamo affittato da qualche anno una villetta in zona Lambrate, una parte della quale è adibita a studi di registrazione, dove lavoriamo anche per conto terzi, e un'altra parte adibita ad uffici, dove ci sono tre o quattro persone che si occupano della parte amministrativa e commerciale.

Due esempi di cose che, se non foste un'etichetta indipendente, non avreste potuto fare

In generale non avremmo avuto questa libertà, soprattutto di fare i dischi con calma. In media fra due nostri dischi passano quattro anni, mentre le case discografiche mirano ad una produttività serrata, che è l'anticamera della morte della creatività.

Allora perché "Gattini" l'avete inciso con la Sony?

Per un problema di distribuzione, nel senso che non eravamo soddisfatti di quanto era accaduto con il disco precedente, "Studentessi", e allora abbiamo provato con la Sony, che aveva dimostrato nel corso degli anni un forte interesse a collaborare di nuovo con noi perché i primi dischi li avevamo fatti con la Sony.

A proposito di distribuzione: gli iscritti alla community del vostro sito www.elioelestorietese.it possono scaricare contenuti a basso prezzo. La Pmi "Elio e Le Storie Tese" è soddisfatta di questo modello di business?

Sì, perché secondo noi mette molto bene insieme qualità e prezzo visto che, a prezzo bassissimo, uno scarica quello che vuole. Il problema, però, è che questa cosa non è arrivata a tanta gente, nella sua potenza. Eppure mi sembra il modo migliore e più a basso costo per ascoltare la nostra musica.

Durante il "Gattini" tour venderete ancora i cd brulè subito dopo il concerto?

Sì, certo, quello ormai è un appuntamento radicato per chi ci segue.

Notizia recente: i pirati di musica sarebbero anche i maggiori acquirenti di dischi, ci credi?

Non saprei. Ma su questo argomento non sono mai stato, e non sono, così accanito. E' un argomento che non mi interessa. Sono anche abbastanza fatalista, nel senso che, quando eravamo piccoli noi sembrava che chi si duplicava le cassette fosse un criminale, eppure non è morto niente. Anzi, erano forse gli anni in cui la creatività era più forte. Oggi si accusano quelli che scaricano di essere la causa della morte dei dischi, invece io credo che le cause siano altre.

Quali?

Innanzitutto penso che ci sia una crisi di creatività completamente indipendente da internet e da coloro che scaricano. Bisognerebbe indagare su quali sono le cause di questa crisi; io ritengo che una delle cause maggiori sia il comportamento delle case discografiche, che trattano la musica e gli artisti esattamente come tratterebbero delle lavatrici. Mentre la cultura andrebbe aiutata, coltivata.

Hai parlato di crisi della creatività. Come definiresti il talento?

Secondo me il talento è innato. E' questa la condizione necessaria da cui non si può prescindere. Ma non basta, perché va coltivato. E' un mix di questi due elementi. Non credo più al talento che non viene allenato.

Programmi come "X Factor" o "Amici" valorizzano il talento?

Possono farlo, ma il problema grave di quelle trasmissioni è che, per come sono concepite, l'obiettivo non è quello di realizzare una creazione artistica nuova, originale, ma l'obiettivo è quello di vincere. O di apparire. E allora i concorrenti mettono in moto altri meccanismi.

A proposito di apparenza, avete concepito ironicamente la copertina di "Gattini" come un'operazione di marketing dichiarato, considerando che "gran parte della gente compra i cd per la copertina e non per il contenuto, e i gattini attirano soprattutto il target femminile con i loro musini."

Sì, abbiamo voluto sottolineare che oggi c'è una netta prevalenza della forma sul contenuto, ma io non so quali siano le cause. Ne prendo atto. E mi fa pure ridere. La copertina si giustifica perchè "Gattini" è un album celebrativo dei nostri vent'anni, non di inediti, rivolto anche a chi non ci conosce ancora.

In "Gattini" avete inserito i pezzi che si prestavano di più ad essere orchestrati o li avete decisi a priori?

Si è trattato di arrivare ad un compromesso fra le canzoni più rappresentative e che però si adattavano meglio ad essere eseguite da un'orchestra.

Immagino sia stato arduo orchestrare pezzi rock. Avete incontrato difficoltà?

Abbiamo incontrato difficoltà piuttosto forti in questo lavoro, soprattutto per colpa mia, perché abbiamo inciso nei nostri studi della Hukapan, che sono piccoli e quindi non ci poteva entrare tutta l'orchestra. Così abbiamo pensato fosse una furbata quella di incidere le sezioni individualmente. E invece questa operazione si è trasformata in un incubo, e in un grande insegnamento per il futuro: non lo faremo più.

Nel 1996 l'Italia era "la terra dei cachi". Ora come la definiresti?

Oggi è molto peggio. Avevamo previsto tutto, ma eravamo stati troppo buoni.

Riesci a darne una nuova definizione?

Sì, ma non la potresti scrivere

VIDEO "La terra dei cachi" a Sanremo (1996)


 
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