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Stefano Belisari, alias Elio, voce di "Elio e le storie tese"16 novembre 2009

ll curriculum atipico di… Stefano Belisari, alias Elio è pieno di Storie Tese

Fabrizio Buratto

Elio, al secolo Stefano Belisari, voce di "Elio e le storie tese", fa di tutto per apparire quel che non è. Una cifra stilistica, un ci è o ci fa che accomuna anche gli altri componenti del gruppo, un buon espediente per sopravvivere nella società dell'immagine e al tempo stesso metterla alla berlina. Ma, giù dal palco o lontano dalle telecamere, Elio non è costretto a recitare il ruolo che si è dato, ed ecco parlare l'ingegner Stefano Belisari, laureatosi con una tesi sui siti dei gruppi musicali.
A quarantotto anni Elio, anche attore teatrale in "Storia d'amore e d'anarchia" nel 2004 e, più recentemente, nei panni di Frankeinstein, considera il lavoro d'artista in maniera differente rispetto a qualche anno addietro: "fare questa attività significa fare un vero lavoro."


Nome

Stefano

Cognome

Belisari

Nome d'arte

Elio

Nato il

30/07/1961

Città

Milano

Residente a

Milano

Segni particolari

Sopracciglia foltissime

Titoli di studio

Diploma in flauto traverso al Conservatorio di Milano.

Anno

Ho iniziato a studiare flauto a 10 anni, per cui mi sono diplomato l'anno in cui iniziavo il Politecnico. E poi sono anche laureato in Ingegneria al Politecnico di Milano

Anno...

Mi sembra nel 2001, o forse era il 2002. Tardi, comunque.

Titolo della tesi

Non mi ricordo il titolo, ma era una tesi sul nostro sito internet e sui siti dei gruppi musicali in generale.

Come mai ti sei laureato così tardi?

Perché quando avevo quasi finito di dare gli esami, nel 1989, ho cominciato a lavorare alla Sia, l'azienda per la gestione della rete interbancaria. Ora mi hanno detto che si è scissa in due. Nello stesso anno è uscito il nostro primo disco, quindi avevo smesso di studiare.

Quanti lavori ha fatto intanto il quasi ingegner Stefano Belisari?

Tanti, ma nessuno al livello della Sia, nel senso che gli altri erano tutti lavoretti per mantenermi un po', però quello era il mio primo vero lavoro.

A tempo indeterminato?

Sì. Mi assunsero con un contratto di formazione lavoro, si chiamava così, e dopo due anni passai a tempo indeterminato perché lavoravo bene. Però dopo un anno ho chiesto l'aspettativa perché, nel frattempo, era uscito anche il nostro secondo disco. Non mi ero fidato del successo del primo, ma quando ho visto che era andato bene anche il secondo, mi son detto va beh, mal che vada non andrà tanto male.

Il lavoro più gratificante e il più deprimente

Quello di cui mi vanto di più è stato raccogliere le puntate in una sala corse in via Giardino, in pieno centro a Milano.

Il primo stipendio

Il primo stipendio serio alla Sia, era un buono stipendio, intorno al milione e duecentomila lire al mese.

Il primo cachet da artista

Bassissimo. Addirittura, le prime volte i locali ci chiedevano soldi per lasciarci esibire. Quindi era un successo andarci gratis.

Sulla carta di identità alla voce professione c'è scritto:

Artista. Da vent'anni

Da quando ti mantieni cantando?

Da quando ho lasciato la Sia nel 1992.

Lingue straniere conosciute

L'inglese. Conosco un po' di tedesco perché l'ho fatto al liceo. E capisco il sardo.

La parola "lavoro", cosa ti fa venire in mente?

Il lavoro mi piace, quindi lo associo a dei bei concetti. Però sono sincero: ho trovato molto duro dover rispettare degli orari fissi in quei tre o quattro anni alla Sia, che erano entrata alle nove e uscita elle cinque. Nel senso che io lavoro tanto, ma non mi piace essere costretto.

Quando sei sul palco pensi: "sto lavorando" o "mi sto divertendo"?

Negli ultimi anni ho iniziato a pensare "sto lavorando". Mi diverto sempre, ma sicuramente quando me ne andai dalla Sia credevo di aver vinto un terno al lotto perché non mi rendevo conto che fare questa attività significa fare un vero lavoro. Come tutte le attività in proprio è senza orari: non esiste fine settimana, non esistono serate, molto spesso non esistono ferie. Non nego che mi piace tantissimo il mio lavoro, ma non è così facile come si potrebbe pensare.


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