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Andrea Vitali13 luglio 2009

«Il medico e lo scrittore? Svolgono entrambi un'indagine»

Fabrizio Buratto

Quando, da bambino, ti domandavano: "Cosa vuoi fare da grande?", come rispondevi?
Il giornalista. Mi sembrava davvero il mestiere adatto per questa voglia di scrivere; per fortuna poi le cose sono andate diversamente perché non credo sarei stato un gran giornalista: mi piace troppo occuparmi degli affari miei, scrivere quello che voglio.
Come mai abbandonasti l'idea?
Alla fine del liceo mi ero preparato un bel discorso da fare a mio padre, per convincerlo che dovevo fare il giornalista. Lui mi lasciò parlare per un quarto d'ora poi, col suo senso della realtà e con una certa durezza, mi ha fatto capire che potevo fare quello che volevo, da grande, anche il barbone. Ma intanto dovevo continuare a studiare.
Perché la scelta è ricaduta su Medicina?
Non c'era una gran vocazione. Un po' la spinta paterna, un po' il fatto che nella mia classe tanti si iscrissero a Medicina, dunque ci fu dell'imitazione da parte mia. Io, sinceramente, non sapevo cosa scegliere, non avevo assolutamente le idee chiare, comunque alla fine è andata bene perché è un lavoro che conserva una sua bellezza.
Come sei diventato medico della mutua?
E' stato per una tragica fatalità. Il medico che mi aveva associato nel 1984, è morto nel 1987 in un incidente sulla strada che stiamo percorrendo. Allora non era ancora stata inaugurata, ma lui aveva il permesso di usarla per le urgenze, e una notte, tornando a casa da Lecco, è andato a sbattere contro una ruspa parcheggiata dietro ad una curva perché non c'era ancora l'illuminazione. L'accordo regionale di associazione prevedeva che, in caso di morte, sarebbe subentrato l'associato, quindi dalla sera alla mattina mi sono ritrovato titolare di 1200 pazienti. E per parecchi mesi ho sofferto molto questa situazione perché mi sentivo un avvoltoio.
Guadagni di più come medico o come scrittore?
Come scrittore.
Da quando di più come scrittore?
Dal 2003, da quando è uscito "Una finestra vistalago" con Garzanti le royalty hanno cominciato ad essere molto superiori allo stipendio da medico di base, che fra l'altro è un bello stipendio.
Ravvisi dei parallelismi fra il lavoro di medico e quello di scrittore?
Ce ne sono un sacco, secondo me, perché c'è una notevole corrispondenza fra l'anamnesi, cioè la raccolta dei dati di un paziente nella cartella clinica, e le domande che mi pongo per raccontare una storia. C'è lo stesso procedere di domanda in domanda: "che cosa faccio fare a questo personaggio adesso", oppure: "ti fa male lo stomaco, ti fa male la testa?" Sono due indagini con due scopi diversi, che porto avanti allo stesso modo. E poi il lavoro di medico mi dà la possibilità di ascoltare non solo le risposte tecniche, ma anche le storie personali dei miei pazienti.
L'unico romanzo in cui il protagonista è un medico di base è "Dopo lunga e penosa malattia". Dal punto di vista letterario, quali sono i mestieri che consideri più interessanti?
Il prete, o meglio il prevosto, il notaio, il barbiere, in genere la categoria dei commercianti, ad esempio i farmacisti, anche il dottore. E poi il carabiniere; ho sempre avuto molta simpatia per i carabinieri, per l'ambiente della caserma. In un piccolo posto queste categorie professionali sanno tutto di tutti.
Hai mai preso spunto per i libri da vicende di cui sono stati protagonisti tuoi pazienti, o che ti hanno narrato loro?
Certo, "Olive comprese", ad esempio, parte da un racconto della Ermelinda, una mia paziente e amica. Anche "Dopo lunga e penosa malattia", benché stesse maturando già da un po', è scoppiato grazie ad un mia paziente: un giorno d'estate era venuta in ambulatorio e stava bene, ma non riuscivo a convincerla che era tutto a posto, esami del sangue, pressione… allora lei andandosene sbotta: "Bravo dottore, ora lei mi dice che io sto bene, poi magari fra qualche giorno troviamo il cartello: "dopo lunga e penosa malattia". E questa sua frase non solo mi ha dato un bellissimo titolo, ma da quel giorno cominciai a scrivere il romanzo.

 
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