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22 giugno 2009

GLI ALTRI LAVORI
"Mia madre avrebbe voluto che mi trovassi un lavoro qualunque ma fisso, mi dice ancora adesso: prenditi la laurea!"

di Fabrizio Buratto

Quando, da piccolo, ti domandavano: "cosa vuoi fare da grande?", come rispondevi?
Il bombolaro. Perché quello che portava le bombole del gas, nella mia borgata, aveva l'Ape car e io volevo l'Ape car. L'altro lavoro che mi suggeriva l'osservazione era il bidello: volevo fare lavori in cui si lavorasse molto poco.
Sul tuo sito, nel presentarti, hai descritto il lavoro dei tuoi genitori, perché?
Quando ho scritto questa cosa, mia madre mi ha ricordato che da bambino, in spiaggia, domandavo agli altri bambini "come ti chiami?" e, subito dopo, "che lavoro fa tuo padre?" Non so perché. Così, quando mi hanno chiesto di scrivere un curriculum serio, per presentarmi alle audizioni in teatro, usavo questa premessa.
Quanti cv hai mandato?
Non ho mai mandato curriculum, ho fatto alcuni provini. Non ho mai cercato un posto di lavoro come impiegato o in un'azienda, dove devi fornire un curriculum, il mio è sempre stato un curriculum artistico, che ora si usa molto anche in teatro. Io faccio parte di una generazione per la quale la formazione teatrale non è stata quasi mai una scuola di quattro anni e poi il lavoro in una compagnia. La maggior parte di noi ha fatto cento laboratori da due giorni, per cui scrivere che nei primi due anni di formazione hai lavorato con tutti, sembra una presa in giro perché sono incontri equivalenti ad un aperitivo. E siccome il mio lavoro di formazione è basato sulle storie di vita, sui racconti della tradizione orale con un forte legame famigliare, mandavo in giro un curriculum in cui spiegavo da dove venivo.
Quanti provini hai fatto?
Ho fatto tre provini in tre scuole di teatro. Nella prima mi hanno preso, però ha chiuso prima della fine dell'anno perché è diventata un tempio Sai Baba. Gli altri due li ho fatti in due scuole di teatro importanti e non mi hanno preso.
Che lavoro sognavano i tuoi genitori per te?
Mio padre avrebbe voluto che io mi laureassi e che poi andassi a lavorare con lui. Pensava di allargare l'azienda, per cui sarei potuto diventare uno che vende e acquista mobili, voleva che imparassi a fare restauro, magari con doratura, voleva che fossi un artigiano col pezzo di carta, insomma. Mia madre ha sempre sperato che pure mio padre si trovasse il posto fisso, e con mia nonna cercarono più volte di trovargli raccomandazioni. Gli avevano persino fatto prendere la patente per guidare gli autobus perché avevano trovato uno che lo raccomandava. Mio padre ci provò per farle contente, ma non era la sua indole. Mia madre avrebbe voluto che mi trovassi un lavoro qualunque ma fisso, mi dice ancora adesso di prendermi la laurea, e una volta mi fece pure un discorso molto serio per convincermi a smettere di fare teatro, che si può fare anche in maniera amatoriale come fanno in tanti la sera, in chiesa.
Sei mai stato disoccupato?
Sono stato senza soldi. Adesso non posso più considerarmi un disoccupato, anche se per il tipo di lavoro che faccio è prevista l'indennità di disoccupazione per i giorni in cui non si lavora. Però ormai sono un libero professionista, non sono un lavoratore precario. C'è stato un lungo periodo in cui ho guadagnato davvero poco.
Teatro, cinema, i libri, un disco: modi diversi di raccontare. Perché hai scelto così tanti canali per narrare le tue storie?
Sono convinto che non ci sia così tanta differenza fra queste forme di espressione. Ormai c'è una confusione sufficiente per cui, oggi, un film è differente da un disco e da un romanzo essenzialmente per una questione di soldi. Cambiano le persone che ci mettono i soldi. In tv nessuno pensa ad un linguaggio televisivo, tutti pensano a trovare dei soldi da sponsor privati o istituzionali che gli riempiano dieci minuti o due ore, per cui è un linguaggio determinato da un ministero o da un assorbente. La stessa cosa accade nella musica, fra gli editori un po' meno, anche se l'editoria spesso è un librificio, quindi non vedo una grande differenza.
Quanta ricerca c'è nei tuoi lavori, e quanta creatività?
Quando faccio ricerca sto in silenzio e ascolto la persona davanti a me, anche per tre ore senza interrompere. Nel momento in cui scrivo e rielaboro a livello artistico il materiale, questa differenza non c'è. Certo, quando si scrive un articolo o si fa un'inchiesta bisogna tenere da una parte gli avvenimenti e dall'altra la riflessione, ma anche quando scrivo un articolo cerco di dargli un taglio antropologico, più che giornalistico, dunque tendo a parlare delle persone, piuttosto che degli eventi.
Il 2009 è l'anno europeo della creatività: come la definiresti?
La creatività sta alla creazione come l'immaginario all'immaginazione.
Chi è l'intellettuale, oggi? Hai scritto: "io vivo in una tomba perché sono un intellettuale".
Un operaio è tale se lavora in fabbrica; nel momento in cui chiude la fabbrica rimane un operaio come formazione, come cultura e come sguardo sul mondo, anche se per campare deve andare a zappare la terra. Oggi l'intellettuale non ha un ruolo perché la società non glielo conferisce, ma lo è comunque chi ha una visione del mondo, chi si confronta con gli altri.

"La costituzione italiana"- video

 
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