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18 aprile 2009

Il mondo del calcio è meritocratico

Fabrizio Buratto


"Non ero un fenomeno atletico, non ero nemmeno un fuoriclasse, ma ero uno che ha messo le sue qualità al servizio della volontà." Quanta volontà e quanto talento c'era in lei?
Per arrivare a raggiungere risultati importanti nello sport bisogna essere baciati dalla fortuna ed avere un po' di talento. Però il talento da solo non basta, va abbinato ad un forte volontà, alla determinazione; nel mio caso direi che c'è un 50% di talento e un 50% di grande volontà.
E questa volontà da dove viene?
Credo dalla voglia di capire dove puoi arrivare. Già da ragazzo ero molto bravo; nel calcio a dieci, dodici anni si capisce chi ha talento e chi no. Mi ero dato degli obiettivi, senza pensare di arrivare chissà dove. Mi ero detto: a 20 anni mi renderò conto di quello che potrò fare della mia vita, cioè se rimanere nel calcio o andare a fare il ragioniere, magari in banca a Prato.
Poi ho avuto fortuna e sfortuna. La mia carriera sportiva è stata molto breve e intensa, di alti e bassi; ho smesso a 30 anni per problemi alle ginocchia, sono stato fuori due anni per squalifica. Però sono contento, rifarei tutto quello che ho fatto.

Quello del calcio è un mondo meritocratico?
Non c'è dubbio. Per lo meno fra i calciatori, lì non si imbroglia, non c'è raccomandazione che tenga.
Però ora, più che ai suoi tempi, conta anche molto avere un procuratore importante, per giocare ad alti livelli.
Sì, il procuratore può essere più o meno bravo, ma quello che fai in campo è sotto gli occhi di tutti e, in questo caso, la forza delle parole è una forza limitata.
Perché la vittoria del campionato del mondo del 2006 non è stata epica come quella del 1982?
"Tutta colpa di Paolo Rossi": c'è un libro scritto da un giornalista del Giornale intitolato proprio così, e spiega perché il 1982 ci è rimasto nel cuore e il 2006 è sfumato subito. Credo che conti molto il modo in cui si vince, il nostro percorso fu esaltante, e poi oggi si brucia tutto molto più in fretta. Prima si aspettava la partita della domenica, c'era la schedina con il 13, mentre oggi si gioca quasi tutti i giorni, il calcio ubbidisce a regole di marketing, e tutto questo bombardamento mediatico toglie l'alone di mito di cui prima erano circondati i calciatori.
Con Gianluca Vialli conduce su Sky "Attenti a quei due". Il calcio la diverte ancora?
Non sempre. Però mi piace perché la passione rimane, anche se l'ho abbandonato a livello di lavoro. Certo, non sto incollato al televisore a vedere partite su partite, mi piacciono i film, seguo History Channel perché mi entusiasma, e poi altri sport come il basket, il rugby, il ciclismo e il tennis.
Lei ha parlato di un forte nazionalismo respirato in famiglia. E' un caso che si sia candidato per Alleanza Nazionale alle Europee del 1999?
Da giovane non avevo una forte passione per la politica, anche se l'ho sempre seguita per interesse personale. Ho voluto fare un'esperienza alle Europee perché ce ne fu l'occasione.
L'hanno cercata?
Sì, io avevo una simpatia per AN, poi ho conosciuto Fini, che mi ha coinvolto. Era un partito che stava cambiando, per fortuna è finita la contrapposizione ideologica di una volta. Le mie idee sono più di centro destra che di centro sinistra, ovvio, ma sono uno molto moderato nelle cose, quindi più di centro. Mi interessava capire i meccanismi della politica da dentro.
Fu eletto?
Assolutamente no; presi più di 11.000 preferenze, sono arrivato terzo in un collegio durissimo: Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Trentino. Ad un certo punto ho sperato di non essere eletto perché dopo un mese e mezzo che correvo a destra e sinistra, mi sono fatto molte domande. Capivo che non era la mia vita, anche se ero coinvolto perché la competizione elettorale è molto forte, però sentivo che era un impegno che non mi apparteneva.
Quale contributo pensava di portare in politica con la sua esperienza?
Una volta eletto al Parlamento Europeo, pensavo di contribuire relativamente al mio ambito, con leggi in campo sportivo. Non avevo altri obiettivi politici.
Lei ha un figlio di 26 anni; è preoccupato per il suo futuro lavorativo?
In Italia sì, vedo che ci sono pochissime opportunità. E' un paese diventato molto difficoltoso in tutto, mio figlio vorrebbe andare all'estero e io non lo freno. E' già stato un anno a Londra ad imparare la lingua, ora vorrebbe andare negli Stati Uniti; sicuramente in alcuni paesi, se vali, ci sono più opportunità di metterti in mostra.

 
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