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18 aprile 2009

Dai campi di calcio a quelli agricoli

Fabrizio Buratto


Le è pesato passare dalle glorie del calcio ad una vita normale?
I primi tre mesi sono stati difficili. Avevo lasciato il lavoro fatto da sempre, bello, gratificante sia sotto l'aspetto economico che sotto l'aspetto delle emozioni. Credo che fare sport da professionista sia qualcosa di unico. Poi ho fatto lavori che mi hanno consentito di guadagnare anche di più, ma non ho mai provato le stesse soddisfazioni dello sport.
Quando le ricordano che è un mito, cosa risponde?
Sono una persona molto semplice, non lo avverto, anche se non passa giorno senza che qualcuno me lo ricordi, che mi ricordi episodi legati alla mia vita da calciatore. Una volta era un po' stressante, oggi mi fa piacere, la gente mi ferma con affetto e mi ricorda episodi piacevoli.
Mick Jagger nell'82, dopo i suoi tre gol al Brasile, fece un intero concerto a Torino con la sua maglia numero 20 della nazionale. Lei aveva 25 anni: che effetto le fece essere indossato da un mito?
Sono cresciuto ascoltando i Beatles e i Rolling Stones, e vedere Mick Jagger sul palco con la mia maglia mi suonava strano. Di colpo mi sono accorto che la mia vita era cambiata, quel mondiale mi ha dato un successo planetario, mi sembrava di essere onnipotente, di avere il mondo tra le mani.
In effetti, stringendo la coppa del mondo, aveva il mondo tra le mani…
Sì, ma è durato un attimo, io non ho mai perso di vista quelle che sono le cose principali della vita di tutti i giorni. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia molto normale, in cui mi hanno inculcato i valori importanti della vita. Le grandi gioie sono effimere.
Però quella partita con il Brasile, così la finale con la Germania, è rimasta non solo come evento sportivo, ma fa parte del patrimonio culturale italiano.
Sì, ho un bel ricordo di quella partita, però non l'ho vissuta come si potrebbe credere perché un'ora dopo la fine, sul pullman verso l'albergo, il nostro allenatore Enzo Bearzot mi si sedette accanto e mi disse: "Bravo, hai fatto una cosa bella, ma adesso inizia a pensare che fra tre gironi dobbiamo giocare contro la Polonia". Quindi non ho avuto il tempo necessario per godermi quei tre goal.
Perché non è rimasto a lavorare nel mondo del calcio?
Sentivo l'esigenza di staccare completamente. Con il calcio avevo dato tanto, e avevo voglia di vivere un mondo diverso, fare esperienze diverse nel lavoro e potermi gestire la vita, senza gli obblighi e i tempi del calcio. Starmene il sabato e la domenica con la mia famiglia, oppure andare tre giorni in montagna, cose che prima avevo potuto fare assai raramente.
I suoi genitori che lavoro facevano?
Mio padre era ragioniere, e ha sempre lavorato come amministratore in un'azienda tessile di Prato, che è la città dei tessuti. Mia madre, invece, ha sempre fatto la sarta, lavorando in casa. E' molto brava, sa fare di tutto.
L'hanno appoggiata nella sua scelta di fare il calciatore?
Sì, la mia è una famiglia di sportivi appassionati, non solo di calcio, mio padre e mio nonno non si perdevano una gara ciclistica. Quando c'era di mezzo la maglia azzurra, non importava lo sport, c'era un forte nazionalismo e son cresciuto guardando molti campionati del mondo, non solo di calcio, sentendomi molto italiano, sentendo un forte senso di appartenenza.
Quando è nata la società di costruzione immobiliare e perché ha scelto quel tipo di attività? Me lo propose Giancarlo Salvi, che ha undici anni più di me e ha fatto la sua carriera nella Sampdoria, prima di arrivare al Lanerossi Vicenza quando io ero agli inizi. L'accordo era che lui si sarebbe occupato della società da solo nei primi anni, mentre io l'avrei aiutato una volta smesso di giocare. E così è stato; ormai sono trent'anni che lavoriamo insieme, siamo più che fratelli. Compriamo aeree per edificare o ristrutturiamo cose esistenti. Il nostro lavoro consiste nel fare i contratti con i fornitori, costruire, e poi vendere.
L'agriturismo è venuto dopo?
Sì, è successo che avevo voglia di ritornare in Toscana, da Vicenza dove vivevo e dove tutt'ora passo metà della settimana. Andavo a fare i week end da amici che avevano fattorie fra Siena e Arezzo, con un altro mio amico mi sono messo in cerca di una casa di campagna e ci capitò l'opportunità di rilevare un'azienda agricola. Immaginavamo che saremmo invecchiati lì a fare l'olio e il vino. E' diventato un lavoro importante perché l'azienda è grande e prende tempo.
Che lavori fa nell'agriturismo?
Lavori manuali, anche se non con continuità: mi piace staccare le olive, vendemmiare, lavorare la vigna con il trattore. Produciamo olio e vino, i tipici prodotti toscani.
Si può soggiornare nell'agriturismo?
Certo, più che un agriturismo è un resort: c'è la piscina, il tennis, i campi di calcetto, una piccola palestra, le mountain bike, e d'estate tengo dei brevi corsi di calcio per ragazzini, ma di nuovo non lo considero un lavoro, semmai uno svago.

 
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