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28 agosto 2009

«Coach o assicuratore, l'attenzione all'ambiente di lavoro è la cosa più importante»

di Fabrizio Buratto

Come ha iniziato a fare l'allenatore?

Ho cominciato nella stagione 1980-81 a Parma, l'ultimo anno che ho giocato, poiché l'allenatore se ne andò ad un mese dall'inizio del campionato e chiesero a me di fare allenatore e giocatore. Accettai perché il general manager era un mio amico, e successivamente capii che mi piaceva.

E l'assicuratore?

Nel 1972, quando rimasi fuori dalla nazionale, dove sarei stato richiamato nel 1975, cominciai a lavorare come produttore assicurativo per la Ras perché non pensavo di fare l'allenatore una volta finito di giocare. Nel 1975 diventai agente principale per la Ras di Cantù, insieme ad un altro socio, e l'ho fatto fino al 1990, cioè fino a quando non andai ad allenare a Reggio Calabria.

E' un lavoro che mi ha dato molto perché c'era un contatto diretto con le persone, che poi erano le stesse che venivano a vedermi giocare la domenica, quindi, fin dall'inizio, era molto facile avere gli appuntamenti con le aziende. Molti mi davano appuntamento per parlare di pallacanestro, e ogni tanto riuscivo a vendere qualche assicurazione.

In cosa consisteva il suo lavoro per la Ras?

Una volta divenuto socio, mi occupavo non solo di rapporti con i clienti, ma anche della parte amministrativa: paghe, contributi, problemi sindacali. L'80% delle aziende di Cantù sono aziende artigiane che fanno mobili o accessori per arredamento. Noi coprivamo tutti i rischi dell'azienda e dei titolari: dal furto e incendio alla responsabilità civile dell'attività, fino ai rischi collaterali come l'assicurazione sui mezzi, polizze di infortuni o polizze vita per i titolari. E poi avevamo una polizza molto interessante di accantonamento per il tfr perché molte aziende non sapevano come trattarlo, o si dimenticavano di farlo.

Ci sono regole che si è dato prima come giocatore, poi come coach, e che ha seguito anche nel suo lavoro di assicuratore?

Ho sempre cercato di essere molto attento a capire l'ambiente in cui mi trovavo. E questo ha maturato in me la convinzione che qualsiasi cosa faccia debba essere me stesso. L'aggiornamento è alla base di tutto. Io ho 64 anni e credo che l'unico modo di stare al passo con i tempi sia quello di aggiornarsi perché, mano a mano che si va avanti, si deve interagire con generazioni nuove, partendo dal presupposto che devi essere tu a fare un passo verso di loro, perché loro non lo faranno mai nei tuoi confronti.

Dopo così tanti successi, dove trova gli stimoli?

Dagli obiettivi. Bisogna sempre darsi degli obiettivi un po' diversi. Per la professione che faccio io, sono i risultati che vanno a sancire se hai avuto successo o meno. Però per me non è così in assoluto. Se io considerassi la mia professione solo come il raggiungimento di risultati, probabilmente non potrei continuare.

Però, almeno in Italia, la sconfitta non è ammessa nello sport, e nemmeno nel lavoro.

Perché abbiamo una cultura sbagliata, perché in Italia esasperiamo tutto e non siamo capaci di riuscire a focalizzare l'obiettivo. Se strada facendo c'è un rallentamento nel percorso, spesso si rimette in discussione tutto. Invece io credo che bisogna stilare programmi con obiettivi ponderati. Non si può vincere subito e sempre. Occorre fare una valutazione sul tuo potenziale e su quello delle persone che lavorano con te, poi si può spostare l'asticella dell'obiettivo un pochino più in là, ma non troppo.

Quando arrivaste secondi all'Olimpiade di Atene 2004 contro l'Argentina, lei dichiarò: "abbiamo perso l'oro, ma abbiamo vinto l'argento."

Sì perché la mia preoccupazione più grande era che la nazionale uscisse da quell'Olimpiade vittoriosa, come in effetti era. A volte è meglio arrivare terzi, piuttosto che secondi, perché significa concludere con una vittoria la partita per il terzo e quarto posto. Invece il secondo posto ti lascia sempre l'amaro in bocca. E allora quando mi sono accorto che contro l'Argentina non ce l'avremmo fatta, pensavo a come poter veicolare un messaggio positivo alla fine della partita, sia ai giocatori che alle televisioni.

Quello del basket è un mondo meritocratico?

Più di altri, anche se non in assoluto. Oggi i procuratori contano e c'è poca etica da parte degli allenatori. In questo momento c'è una categoria di allenatori che si sta svendendo. Le società prendono l'allenatore che costa meno. Dal mio punto di vista è poco gratificante, per un professionista, sapere di essere scelto con questo criterio. Del resto noi non abbiamo stipendi come quelli degli allenatori di calcio, anche se non ci possiamo lamentare rispetto ad un impiegato di banca o un operaio. Però sono stipendi che, se si ha famiglia, non permettono di saltare un anno di professione. Dunque non si può generalizzare, occorre guardare ai casi singoli di ciascun allenatore.

 
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