Carlo Recalcati, ct della nazionale italiana di pallacanestro dal settembre 2001, è stato la bandiera della Cantù, con la quale vinse due scudetti e svariate coppe a cavallo fra il 1968 e il 1979. E' l'unico allenatore italiano, insieme a Valerio Bianchini, ad aver vinto tre scudetti con tre squadre diverse: Varese, Fortitudo Bologna e Mens Sana Siena. In qualità di ct della nazionale il traguardo più prestigioso raggiunto finora è stato l'argento alle Olimpiadi di Atene 2004.
Nome
Carlo
Soprannome
Carletto, da ragazzino, poi Charlie perché quando ho cominciato ad affermarmi era il periodo in cui arrivavano i primi giocatori americani, e quindi i miei compagni di squadra hanno cominciato a chiamarmi così.
Cognome
Recalcati
Nato il
11/09/1945
Città
Milano
Residente a
Cantù
Prima di giocare a basket, da ragazzo, ha mai lavorato?
Sì. Quando ho iniziato con il basket avevo tredici anni e non avrei mai creduto che potesse diventare una professione. Ho cominciato al centro giovanile pavoniano di Milano, proprio sotto casa. Era un'emanazione dell'Istituto Artigianelli, dove venivano raccolti i bambini orfani di guerra e veniva insegnato loro un lavoro. Lì c'era un campo da basket, ora adibito a parcheggio, ed è così che, insieme a molti altri ragazzini, ho conosciuto questo sport.
Titolo di studio
Ragioniere. Anche se a dopo le medie mi ero iscritto non a Ragioneria, ma ad un corso di computista commerciale perché in due anni potevo avere un diploma e cominciare a lavorare. E di fatto fu così.
Il primo lavoro?
Il giorno successivo al mio diploma da computista, a 15 anni, mio padre arrivò con un bigliettino e mi disse: "domattina ti presenti qui". Era l'indirizzo della Radio Marelli. Incominciai facendo l'inventario. Volevo completare gli studi, per cui smisi di giocare a pallacanestro; di giorno lavoravo e di sera frequentavo ragioneria.
Quando ha ripreso a giocare?
Per un anno sono andato a vedere giocare i miei vecchi compagni alla domenica, il mio allenatore insisteva perchè ricominciassi a giocare. Poi, quando fecero una selezione lombarda mi invitarono a partecipare, la scuola era finita allora provai. Ero stato parecchio tempo senza giocare, non ero allenato, ma mi selezionarono e andai a giocare i campionati italiani per regioni, a 17 anni. La squadra era allenata dal mio vecchio allenatore del centro pavoniano e da Gianni Consolini, che allenava la serie A di Cantù, e fu lui a propormi di giocare come professionista a Cantù.
I suoi genitori l'hanno appoggiata in questa scelta?
Zero. Per loro la pallacanestro non era un lavoro. Quando sono nato era appena finita la guerra, i miei ebbero la casa bombardata e dovettero ricominciare da capo. Fu bravo Gianni Consolini a convincerli che poteva essere la mia strada, e quindi nell'estate del 1962 lasciai la Radio Marelli, dove ero apprendista, e andai a Cantù. Poi mia madre divenne la mia più grande tifosa, anche se io non volevo che venissero a vedermi giocare. A volte si presentavano di nascosto, lo venivo a sapere da Consolini. Non mi hanno mai detto una volta "bravo", né per la scuola, né per la pallacanestro, ma sapevo che avevano grande considerazione di me.
Che lavoro facevano i suoi genitori?
Mio padre faceva l'autista per la Gondrand e non lo vedevo quasi mai, stava fuori tutta la settimana, mentre mia madre inizialmente faceva l'operaia, poi quando ci siamo trasferiti in via Paolo Sarpi faceva la portinaia. Io sono cresciuto in portineria.
Il primo stipendio
26 mila lire al mese, alla Radio Marelli
Il primo stipendio da professionista a Cantù?
Niente
Niente?
Sì, perché Consolini fu talmente abile a convincere i miei genitori, che i primi due anni feci il pendolare da Milano a Cantù solo con un rimborso spese.
Sulla carta di identità alla voce professione c'è scritto
Allenatore.
Dal 1994 anche gli allenatori di Serie A e di Lega 2 sono considerati professionisti, con un fondo di accantonamento per il tfr.
Lingue straniere conosciute
L'inglese, male. A scuola ho studiato francese e me lo ricordo poco; quando c'è bisogno mi aiuta Mimmo Angelone, l'addetto stampa.
Come fa ad interagire con i giocatori stranieri?
Beh, sono quasi tutti americani, e nella conduzione degli allenamenti ci sono delle terminologie fisse. Come Dan Peterson parla l'italiano, io parlo l'inglese.
La parola "lavoro" cosa le fa venire in mente?
Non mi fa venire in mente la pallacanestro. Quando giocavo pensavo che mi divertivo, mentre fare l'allenatore mi diverte un po' meno, per la verità. Però è la mia vita. Ma se penso al lavoro penso all'anno in Radio Marelli e ai quindici anni di agente alla Ras.