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Sabato 14 Luglio 2012

La difficile scelta degli «associati»

Guarda al bene generale, docùmentati con diligenza, non cedere ai pregiudizi, valuta con equilibrio gli argomenti delle parti, assicurati che la soluzione non sia peggiore del male che vorrebbe curare. Dovrebbero essere i titoli di altrettanti capitoli del manuale del buon legislatore; ma, si sa, non basta avere il manuale sulla scrivania per applicare la lezione in modo corretto. Fuor di metafora, la riforma del mercato del lavoro ha – tra l'altro – l'obiettivo condiviso di contrastare l'utilizzo elusivo di molte forme di lavoro flessibile: la precarietà non è un valore e non è neppure un lasciapassare per la crescita. Tuttavia, il mercato del lavoro, a maggior ragione in un momento di crisi acuta, vive su un delicato equilibrio e gli schemi devono essere verificati alla luce degli effetti. Il contratto di associazione in partecipazione è stato identificato dalla riforma come una forma di precarietà da contrastare con decisione: il numero massimo degli associati è stato ridotto a tre per ogni attività, a prescindere dal numero di sedi in cui l'attività è esercitata. Il superamento del limite porta alla trasformazione del contratto in lavoro subordinato. Così chi è titolare, per esempio, di una catena di negozi affidata alle cure di associati ha dovuto fissare, con urgenza, l'appuntamento dal consulente del lavoro o dall'avvocato. La scelta, entro il 18 luglio, è quasi obbligata, quando gli associati superano i tre, in assenza di incentivi per la stabilizzazione: trasformare i contratti in patti a tempo determinato, in attesa di capire cosa fare. Per alcuni il destino è già segnato: allo scadere dei contratti a termine, magari collegati ai contratti di locazione del negozio, si chiude. Non si può certo dire che sia un buon finale per la precarietà.

 
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