di Riccardo Sorrentino La prospettiva è inquietante. Anche con l'attuale timida ripresa, la disoccupazione americana resterà elevata, e potrebbe salire fino al 2013 se lo stimolo fiscale dovesse venir meno, lasciando il paese con fonti limitate di domanda interna. Barack Obama ha poca scelta: dovrà continuare a far ricorso al debito pubblico, in ogni caso più sostenibile di quello privato: otterrà la stabilizzazione del settore finanziario, ma i senza lavoro resteranno sopra il 7% almeno fino al 2014. Molto di più, anche ricorrendo a una forte svalutazione del dollaro, non si può fare. Lo scenario è preoccupante. Vanifica l'ottimismo, e fa immaginare lunghi strascichi della crisi. È stato presentato al convegno «La crisi globale» a Siena, con una ricerca provvisoria sull'economia Usa, da Gennaro Zezza, attivo al Levy Institute, dove è stato elaborato. È una previsione fra tante? Forse, ma questa ha alle spalle una lunga serie di successi. Non solo il 2009 si è mosso sulla scia delle stime pubblicate a fine 2008 ma, con lo stesso modello macroeconomico Wynne Godley - in uno studio scritto con Zezza - aveva spiegato nel 2006 che gli Usa sarebbero caduti in una «prolungata recessione prima del 2010». Oggi Godley è uno dei dodici economisti che, secondo Dirk Bezemer della Groningen University, hanno capito per tempo a cosa andava incontro il mondo. Quel modello vede il futuro. Ed è anche frutto di un approccio di teoria economica alternativo rispetto all'ortodossia dominante nelle università e nelle più importanti riviste scientifiche, quel mainstream che ha fallito le sue previsioni. La scuola guidata da Godley è chiamata New Cambridge approach, si muove sul solco di Keynes, e sostituisce il concetto tradizionale di equilibrio - a cui il sistema tende, con ritardi più o meno lunghi a seconda delle diverse sfumature teoriche e delle situazioni - con quello più neutro di identità contabile. Distingue tra flussi (di pagamento e quindi di reddito o di indebitamento) e stock (di ricchezza, di debito) e registra ogni movimento economico - semplificando - come in una "macro partita doppia". A differenza di quelli mainstream, il modello è dinamico, contempla il sistema finanziario, e si adatta a scuole differenti. Il New Cambridge è uno dei tanti approcci alternativi che la crisi ha permesso di riscoprire perché, in modi diversi, descrivono l'economia di mercato come un sistema instabile o in continuo movimento. Il convegno di Siena ha avuto l'obiettivo di fare il punto della ricerca "critica", finora rimasta ai margini del mondo accademico. Anche se a Wall Street non è stato difficile trovare investitori attenti - proprio per correggere le carenze del consensus ortodosso - agli sviluppi della scuola austriaca di Ludwig von Mises, ultraliberista e vigile sugli effetti anche perversi dell'offerta di moneta; o alle teorie dell'instabilità finanziaria del postkeynesiano Hyman Minsky. Mesi prima della crisi diversi economisti privati - anche quelli della Lehman Brothers! - avevano fatto ricorso a questi approcci eterodossi; dopo è riapparso, sulle copertine dei giornali, il volto barbuto di Marx. Ora le scuole alternative - dai neoricardiani ai neomarxiani agli istituzionalisti fino alle diverse sfumature dei postkeynesiani (minskyani, New Cambridge, circuitisti) - cercano uno spazio maggiore anche nel mondo accademico, offrendo, come a Siena, ricchezza di vedute, a volte di diversa qualità. L'obiettivo non è semplice: «Le strutture logiche dell'approccio mainstream stanno mostrando una notevole duttilità», ha ammesso l'organizzatore del convegno Emiliano Brancaccio dell'Università del Sannio. Anche gli approcci eterodossi, ha poi spiegato Riccardo Bellofiore dell'Università di Bergamo, devono imparare la lezione delle recenti turbolenze, smettendola di concentrarsi su produzione e distribuzione del reddito o sulla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto (di cui pure si è parlato) per capire le nuove dinamiche della finanza. © RIPRODUZIONE RISERVATA