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| Martedí 24 Giugno 2008 |
Università, la via delle fondazioni
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di Gianni Toniolo Finalmente un'ottima notizia per l'università italiana, la migliore che abbia sentito in quarant'anni di vita accademica. L'articolo 16 del decreto legge sugli interventi urgenti per l'economia concede agli atenei che lo desiderino la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Ciò potrebbe innescare quel circolo virtuoso dell'autonomia con responsabilità che la parte migliore dell'accademia italiana attende da decenni. È una riforma soft, nel senso che offre un'opportunità a chi la vorrà cogliere senza caricare di alcun obbligo tutti gli altri. Forse anche per questo è rivoluzionaria. Sancisce l'inizio della fine della visione centralista e burocratica dell'università, del vestito a taglia unica, che ha bloccato l'adeguamento del nostro sistema universitario agli straordinari cambiamenti verificatisi nell'ultimo quarto di secolo nell'organizzazione della ricerca e della formazione superiore. In un Paese nel quale, contrariamente a quanto avviene in altre grandi democrazie, l'elettorato è piuttosto indifferente alla scuola e all'università, il governo - in particolare con i ministri Gelmini e Brunetta, molto impegnati su questo fronte - dà prova di lungimiranza introducendo una novità dotata di dirompente carica innovativa. Nulla toglie, semmai aggiunge, al merito del governo il fatto che la proposta di consentire alle università che lo desiderino di darsi status di fondazione privata sia stata avanzata da Nicola Rossi (allora senatore ds) e da me in un convegno in argomento, tenutosi alla Fondazione di Venezia nel marzo 2006. La proposta, che illustrammo a più riprese sulla stampa quotidiana e periodica, fu tradotta in un disegno di legge presentato alla Camera dallo stesso Nicola Rossi. Gli estensori dei programmi elettorali e, successivamente, i responsabili del ministero dell'Università e della ricerca persero, allora, l'occasione di ragionare seriamente e pacatamente sulla nostra proposta che, nel migliore dei casi, fu accolta con sufficienza come utopistica. Ma le recriminazioni, e le stesse rivendicazioni di paternità, sono adesso futili: importante è cominciare a realizzare senza indugio le opportunità che l'articolo 16 schiude al sistema universitario italiano. La concorrenza tra gli atenei è indispensabile all'irrobustimento del nostro gracile sistema universitario. Essa sta già timidamente cominciando. Un esempio recente è la decisione del Politecnico di Milano di esportare a Roma un proprio "prodotto" di successo, l' Executive Mba, in esplicita concorrenza con le numerose università della capitale. Questo processo deve accelerare, irrobustirsi, permeare la mentalità di amministratori e professori. Trasformandosi in fondazioni di diritto privato, gli atenei più competitivi potrebbero muoversi liberamente nel cercare la propria vocazione specifica, nel rafforzare le aree di ricerca e formative di loro interesse, nei creare rapporti con le imprese. Toglierebbero alla parte meno dinamica dei propri docenti e ricercatori l'alibi dei vincoli pubblicistici. Nel medio termine i benefici di questa riforma si estenderebbero anche alle università che non avessero optato per la trasformazione in fondazione. Un nucleo di atenei autonomi indicherebbe agli altri la strada, affinerebbe a vantaggio di tutti le tecniche di valutazione della ricerca, darebbe modo alle energie più giovani e dinamiche di trovare ambienti favorevoli inducendo l'emulazione degli altri, offrirebbe agli studenti una gamma più vasta di alternative differenziate per qualità e caratteri vocazionali rispetto all'università sotto casa. La prudenza e una serie quarantennale di delusioni consigliano, per ora, l'uso del condizionale. Sappiamo che il diavolo è nei dettagli (leggasi regolamenti e provvedimenti di attuazione), che la burocrazia nazionale e locale mantiene intatta la propria capacità di svuotare dall'interno provvedimenti rivoluzionari, che un parte importante del mondo accademico italiano vive ancora in un mondo che altrove non esiste più. Per dispiegare tutti i propri benefici effetti, la nuova norma richiede che le risorse vengano assegnate ai singoli atenei sulla base della valutazione della ricerca, che venga resa effettiva (con vouchers, borse di studio, prestiti d'onore) la libertà degli studenti di scegliere l'università di elezione, che all'autonomia si accompagni la responsabilità (niente reti di salvataggio pubbliche per le università che non rispettino i vincoli di bilancio). Infine, è evidente che un sistema basato sul binomio autonomia - responsabilità è incompatibile con la peculiarità tutta italiana dei concorsi nazionali. Le università-fondazione dovranno essere libere di assumere i professori-ricercatori, salvo poi rispondere, anche sul piano economico, dei risultati delle proprie scelte. Servirà indubbiamente più di una buona dose di determinazione e costanza politica per evitare gli scogli che già si profilano lungo la navigazione per l'attuazione di questa riforma. Ma il suo successo dipende soprattutto dagli atenei e dalla loro capacità di accettare la sfida della piena autonomia. Le imprese (che godranno di detrazione fiscale totale per le donazioni agli atenei), le fondazioni bancarie, la cosiddetta società civile vorranno, sapranno, farsi coinvolgere nella sfida?
IL DIBATTITO
Valutazione. Prosegue il dibattito sul merito negli atenei italiani avviato da Valerio Castronovo il 13 giugno sul Sole 24 Ore. Sul tema sono intervenuti Pietro Paganini, Angelo Pravasoli, Carlo CarboniPer il grafico fare riferimento al pdf
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