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Martedí 18 Settembre 2007

La facoltà non è uguale per tutti

di Paolo Buonanno e Dario Pozzoli*
Come si comportano gli studenti nello scegliere la facoltà universitaria? tRecenti statistiche sia a livello italiano che a livello europeo mostrano che, sebbene esistano differenze significative nelle opportunità occupazionali tra le diverse facoltà universitarie, i corsi di laurea più richiesti dal mercato del lavoro (ingegneria, economia e statistica) sono scelti meno frequentemente rispetto ai corsi di laurea socio-umanistici.
Per quello che riguarda il nostro Paese, l'ultima relazione annuale della Banca d'Italia ha evidenziato che una consistente parte del capitale umano formatosi nelle università non è impiegato nei processi produttivi. Nel 2006 circa il 30% dei laureati italiani tra i 25 e i 34 anni non era occupato, il doppio rispetto alla media Ue. Ma l'aspetto più significativo è rappresentato dal fatto che il tasso di disoccupazione dei laureati è estremamente eterogeneo tra i differenti gruppi disciplinari: nel 2005 a fronte di un tasso complessivo di disoccupazione pari al 25%, solo il 15% dei laureati in ingegneria non aveva un lavoro mentre la quota raggiungeva il 45% per i laureati in materie umanistico-letterarie.
Sembrerebbe logico aspettarsi che nella loro scelta gli studenti si orientino verso quelle facoltà che garantiscono un miglior inserimento lavorativo. Invece, negli ultimi cinquant'anni, pur a fronte di un aumento di quasi dieci volte della quota dei laureati sulla popolazione, la distribuzione per disciplina è rimasta sostanzialmente inalterata, con un quarto delle lauree in ambito letterario e poco meno di un terzo in quello economico-giuridico a fronte di circa un quarto in discipline scientifiche o in ingegneria. Ma quindi qual è il criterio che guida la scelta della facoltà universitaria? Sembrerebbe la dimensione vocazionale. Ovvero gli studenti si autoselezionano sulla base della propria vocazione e delle proprie attitudini.
La nostra prima analisi, effettuata utilizzando l'indagine Istat sull'inserimento professionale dei laureati per gli anni 2001 e 2004, si sofferma proprio sul processo di scelta individuale della facoltà universitaria e, attraverso l'utilizzo di appropriate tecniche microeconometriche sviluppate dai premi Nobel per l'economia Heckman e MacFadden, affronta nel dettaglio i problemi di autoselezione. I risultati evidenziano come le facoltà tecniche e scientifiche (fisica, matematica, informatica, farmacia, geologia, ingegneria ed economia) garantiscano non solo un tasso più elevato di partecipazione e di occupazione, ma anche salari più alti rispetto alle facoltà socio-umanistiche (sociologia, scienze politiche, lettere, lingue, filosofia e psicologia). In particolare, i laureati nelle facoltà scientifiche hanno un tasso di occupazione che è tra il 10 e il 25% più alto rispetto ai laureati nelle facoltà socio-umanistiche e salari più elevati tra l'8 e il 15 per cento.
Dovremmo quindi dedurre che gli studenti che scelgono facoltà che offrono poche opportunità nel mercato del lavoro sono pazzi o irrazionali? Quando si analizza la decisione di iscriversi all'università si deve considerare che questo è un investimento e come tale soggetto a incertezza e rischio. In particolare, il conseguimento della laurea non è un risultato certo, esiste infatti il rischio di abbandonare gli studi prima di conseguire il titolo. Ma esiste un rapporto tra questo aspetto legato alla probabilità di insuccesso e la scelta della facoltà? La risposta è sì. Le facoltà tecnico-scientifiche offrono maggiori opportunità lavorative e salari più alti rispetto a quelle socio-umanistiche, ma sono anche quelle più "difficili" e la probabilità di successo e di completamento è più bassa. Individui avversi al rischio potrebbero quindi preferire facoltà più semplici, anche se queste garantiscono minori opportunità sul mercato del lavoro.
Nella nostra seconda analisi, condotta utilizzando l'indagine Istat Percorsi di studio e di lavoro dei diplomati (anno 2004), abbiamo studiato se e in che modo l'avversione al rischio da parte degli studenti sia in grado di spiegare la scelta della facoltà. I nostri risultati evidenziano che gli studenti avversi al rischio scelgono le facoltà più facili perché si attendono maggiori probabilità di successo.
Ma la percezione del rischio da quali fattori è influenzabile? Sicuramente dalle possibilità economiche. La nostra analisi ci ha permesso di verificare che gli studenti meno benestanti danno un peso maggiore alla componente di rischio, mentre gli studenti più ricchi non sono sensibili alla probabilità di insuccesso. Ovvero due individui di pari capacità e vocazione che provengono da contesti economici diversi sceglieranno facoltà diverse. Lo studente meno abbiente è più sensibile alla probabilità d'insuccesso e quindi si orienterà verso una facoltà che, pur offrendo minori opportunità occupazionali, garantisce una minore probabilità di insuccesso.
Il contesto socio economico di partenza quindi ha un peso importante nel processo di scelta della facoltà e può determinare il futuro dell'individuo. Per garantire a tutti le stesse opportunità, quindi, sarebbe importante limitare il più possibile gli effetti. Questo potrebbe essere ottenuto attraverso l'implementazione di appropriate politiche correttive (per esempio: borse di studio o facilitazioni nel ricorso al credito per finanziare gli studi) rivolte agli studenti con minori possibilità economiche.
In conclusione, i nostri risultati cercano di spiegare un'apparente contraddizione nella scelta della facoltà universitaria da parte degli studenti. Gli studenti, nel decidere a quale facoltà iscriversi, non tengono in considerazione solo le opportunità occupazionali nel mercato del lavoro o la propria vocazione, ma anche la probabilità di successo e di conclusione degli studi.
*Università degli Studi di Bergamo

 
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