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Martedí 18 Settembre 2007

Costituzione, ricominciamo dall'articolo 1

di Guido Gentili Si è chiesto il professor Mario Monti, anche in relazione al processo di costruzione del nuovo Partito democratico, se «è possibile rinunciare alla concertazione, una politica che ha concesso tutto ai sindacati e niente ai giovani, ai poveri, a non garantiti».
Ottima domanda, che contiene già un giudizio severo sul metodo che storicamente si è affermato in Italia. Se si esclude infatti la stagione del 1993, quando l'accordo sulla politica dei redditi contribuì a non far sprofondare l'Italia in una crisi senza sbocchi, e la breve stagione 2001-2004 del "dialogo sociale" propugnato da Marco Biagi, la "concertazione" ha finito per risolversi nel primato del "patto dei produttori" a scapito degli interessi dei consumatori e dei non-garantiti. E da qui alla cementificazione del ruolo di veto-player del sindacato (con parallela perdita di peso delle Camere) il passo è stato breve.
Alla scomoda questione posta da Monti ha risposto un comodo e generalizzato silenzio politico da sinistra a destra, interrotto (per fortuna) domenica su questo giornale da Enrico De Mita, che ha ricordato che le riforme sono «di piena responsabilità della politica, quindi del Parlamento» e che «manca chi prenda un'iniziativa razionale».
Un anno fa passò pressoché inosservato anche un intervento sull'«Unità» dello storico Paolo Prodi, fratello del premier, che sempre in vista della nascita del Pd propose un ripensamento «con grande coraggio» volto a riaffermare la valenza costituzionale del sindacato che ha assunto ormai da tempo un «peso politico eccezionale non previsto dai padri costituenti». Obiettivo il (disatteso) articolo 39 della Costituzione con il nodo irrisolto della rappresentanza e delle rappresentatività. Ecco, la Costituzione sessantenne (e invecchiata), frutto del compromesso ideologico tra Togliatti e Dossetti. Può essere "razionale" l'iniziativa di ricominciare a discuterla fin dal suo primo articolo («L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro») e poi nei "Rapporti economici", senza che si debba gridare allo scandalo? Può essere questa la scossa che serve alla politica per riguadagnare un minimo di autorevolezza e disegnare un progetto (condiviso nelle sue regole essenziali) di società più moderna?
Risposta complicata, a prima vista, uno spiffero d'astrazione mentre soffia forte il vento dell'antipolitica. Eppure esistono i terreni fertili di confronto, apparentemente inconciliabili tra loro. I radicali italiani hanno proposto di modificare l'articolo 1 così: «La Repubblica democratica italiana è uno Stato di diritto fondato sulle libertà e sul rispetto della persona». Un modo per aprire un orizzonte nuovo, più liberale e universale di quello del "lavoro" (che di fatto taglia fuori giovani, disoccupati e non garantiti).
Su un altro fronte, quello cattolico, il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, chiede che al già affermato principio della sussidiarietà (introdotto nel 2001, prima modifica dal 1948) segua un rafforzamento costituzionale per far crescere il "privato sociale" a permanente presidio di libertà e democrazia.
L'importante è non rimanere chiusi nella trappola della Costituzione "intoccabile" per principio, alzando le spallucce al cospetto delle domande scomode. E prima si fa, l'esame di coscienza critico, meglio è per tutti.
gentili.guido@libero.it

 
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